Nel cuore della ricerca spirituale c’è un richiamo profondo, spesso silenzioso, che ci spinge a guardare oltre le maschere della personalità, oltre le ferite del passato, oltre il rumore del mondo. Questo richiamo è la voce del Sé Superiore: la nostra dimensione più autentica, luminosa e integra. Non si tratta di un concetto teorico o psicologico, ma di una realtà viva, che può essere sperimentata, riconosciuta, integrata.
Il termine “sé” ha una lunga storia filosofica. In latino sē indica la riflessività dell’essere. In sanscrito, troviamo due parole fondamentali: jīva, il sé individuale legato all’esperienza incarnata, e ātman, il Sé universale, eterno, che non nasce e non muore. L’incontro tra questi due livelli — tra ciò che siamo nel quotidiano e ciò che siamo nell’eternità — è proprio il cammino verso il Sé Superiore.
Nelle tradizioni sapienziali dell’India, il Sé Superiore non è qualcosa da raggiungere, ma da ricordare. La nostra identità profonda non è creata, ma velata. Maya, l’illusione, ci fa credere di essere solo ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo. Ma al di sotto dei pensieri, delle emozioni e delle azioni, c’è un punto fermo, immobile, silenzioso: un centro che osserva, che comprende, che accoglie. Il percorso spirituale consiste nel togliere i veli, nello spogliarsi dalle false identificazioni, fino a toccare quella presenza interiore che non cambia mai, anche quando tutto intorno cambia.
Anche in Occidente esiste questa visione. Platone parlava dell’anima razionale come della parte più alta dell’uomo, quella capace di contemplare il Bene. Plotino, nella sua mistica neoplatonica, insegnava che il ritorno all’Uno è possibile solo quando l’anima si libera dalle sue dispersioni. E in molte correnti esoteriche, il Sé Superiore è il punto di contatto tra l’umano e il divino: la voce interiore che guida, l’intuizione profonda che orienta, la coscienza silenziosa che illumina il cammino.
Nel cristianesimo mistico, questa esperienza prende il nome di “uomo interiore”, “nuova creatura”, “scintilla divina”. Meister Eckhart scriveva che “in fondo all’anima c’è qualcosa di eterno”, e Giovanni della Croce descriveva l’unione con Dio come un matrimonio profondo tra l’anima e lo Spirito. In entrambi i casi, l’esperienza del Sé Superiore non è evasione dal mondo, ma presenza radicale: un modo nuovo di essere nel mondo, senza esserne prigionieri.
Riconnettersi con il Sé Superiore significa iniziare ad ascoltare ciò che ci parla in silenzio. Significa riconoscere che l’intuizione non è fantasia, che la voce del cuore non è debolezza, che la vera forza nasce dall’integrità. Il Sé Superiore non giudica, non divide, non impone. Accoglie, orienta, illumina. Non si impone, ma si rivela. Quando la mente si acquieta, quando l’ego smette di affermarsi, quando si entra nel vuoto fecondo dell’ascolto, allora il Sé può emergere, come una sorgente dimenticata sotto la superficie.
Molte pratiche spirituali — la meditazione, la contemplazione, il silenzio, l’arte sacra, il sogno lucido, il dialogo interiore — sono strumenti per riconnettersi con questa parte profonda. Non per fuggire dalla vita, ma per viverla con più verità. Per prendere decisioni con saggezza. Per amare senza paura. Per camminare nel mondo con radicamento e leggerezza, sapendo di essere più del nostro ruolo, della nostra storia, persino del nostro nome.
Il Sé Superiore non è un ideale lontano, ma una presenza vicina. Vive in ognuno di noi, attende solo di essere visto. E quando finalmente lo riconosciamo, qualcosa dentro si riallinea: non siamo più frammentati, divisi, in guerra. Siamo uno. Siamo pace. Siamo, semplicemente, ciò che siamo sempre stati.
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