Nella vita spirituale, pochi concetti hanno attraversato culture e secoli con la stessa forza di karma e dharma. Due termini antichi, profondi, spesso fraintesi o banalizzati, ma che custodiscono la saggezza millenaria di un universo ordinato, vivo, eticamente connesso. Comprenderli non significa solo conoscere delle dottrine orientali, ma penetrare nel cuore stesso della nostra esistenza, nel modo in cui agiamo, scegliamo e siamo parte del tutto.
Karma è una parola sanscrita che significa “azione”. Deriva dalla radice verbale kṛ, “fare, agire”. Ma nel pensiero religioso indiano, non è solo l’azione in sé, bensì le conseguenze che essa porta nel tessuto dell’esistenza. Ogni azione — fisica, verbale, mentale — lascia una traccia, un’impronta sottile, che ritorna. Non come punizione o ricompensa arbitraria, ma come risonanza naturale. Il karma è, in un certo senso, la legge spirituale della causa e dell’effetto. Ciò che seminiamo, raccogliamo. Non per moralismo, ma per struttura dell’essere.
Il dharma, invece, è la legge cosmica, l’ordine che tiene insieme l’universo. La parola deriva dalla radice dhṛ, che significa “sostenere”, “tenere”. Il dharma è ciò che regge la realtà. È la via giusta, la rettitudine, il senso del dovere, ma anche la vocazione profonda di ciascuno. Nel Sanātana Dharma, nome originario dell’induismo, il dharma è eterno, immutabile, mentre il karma è dinamico, fluido. Il dharma ci guida, il karma ci modella. Uno ci orienta, l’altro ci educa.
Nell’induismo, si insegna che seguire il proprio dharma — cioè vivere in armonia con la propria natura interiore e con l’ordine del mondo — porta ad alleggerire il karma. Nello yoga della Bhagavad Gītā, Krishna dice ad Arjuna: “Meglio è il dharma del proprio essere, anche se imperfetto, che il dharma di un altro, anche se compiuto alla perfezione.” Il messaggio è chiaro: non c’è una legge universale esterna a cui adattarsi, ma un’armonia interna da scoprire, rispettare, realizzare. Quando agiamo contro il nostro dharma, il karma si appesantisce. Quando seguiamo la nostra verità, il karma si scioglie.
Nel buddhismo, la legge del karma è centrale, ma viene interpretata in chiave di interdipendenza. Ogni cosa nasce in relazione a un’altra. Le nostre azioni non sono isolate, ma parte di una rete infinita di cause e condizioni. Coltivare la retta azione, la retta parola, la retta intenzione — come insegnano gli Otto Sentieri del Buddha — significa lavorare direttamente sul karma. Non per “guadagnare meriti”, ma per liberarsi dalla catena della sofferenza. Il dharma, qui, è anche la dottrina, l’insegnamento liberante, il sentiero che conduce alla cessazione del dolore.
Ma karma e dharma non appartengono solo all’India. In forme diverse, li ritroviamo anche in altre culture. Nella Bibbia, “si raccoglie ciò che si semina”. Nella sapienza greca, la dikē è l’equilibrio cosmico. Nella mistica cristiana, ogni azione nasce dal cuore e ritorna ad esso come grazia o come ferita. L’universo è vivo, dicevano i Padri del Deserto. Ogni atto ha un’eco, e questa eco ci plasma. Anche la fisica contemporanea, nei suoi studi sulle reti quantistiche, riscopre una forma di interconnessione profonda che non è molto distante dalle intuizioni dei saggi antichi.
Karma e dharma, dunque, non sono superstizioni o dogmi. Sono mappe dell’interiorità. Sono strumenti per leggere la vita con più lucidità. Quando viviamo inconsapevolmente, il karma si accumula. Quando ci svegliamo alla presenza, al discernimento, alla coerenza profonda tra ciò che siamo e ciò che facciamo, il dharma si manifesta. E con esso, una leggerezza nuova, una libertà sottile, una gioia che non dipende più dalle circostanze, ma da un senso interiore di giustezza.
Vivere nel dharma significa accettare il proprio posto nel cosmo con umiltà e dedizione. Liberarsi dal karma significa smettere di reagire e iniziare a comprendere. E forse proprio qui si apre la strada della vera spiritualità: agire nel mondo con intenzione pura, con cuore limpido, sapendo che ogni gesto, anche il più piccolo, partecipa all’armonia del tutto.
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