Tra le pratiche divinatorie più antiche e affascinanti, la geomanzia occupa un posto particolare. Non si tratta semplicemente di predire il futuro, ma di leggere i segni che la terra stessa offre, osservando la disposizione casuale di segni tracciati sul suolo, di sassolini, granelli, o linee, come se la natura potesse essere consultata come un oracolo. La geomanzia, in questo senso, è una forma di dialogo simbolico tra l’essere umano e le forze sottili che abitano il mondo.
L’etimologia del termine “geomanzia” è estremamente significativa: deriva dal greco antico γῆ (gē, “terra”) e μαντεία (manteía, “divinazione”), da mantis (μάντις), “indovino”. Geomanzia significa dunque, letteralmente, “divinazione attraverso la terra”. Questo termine venne trascritto in latino medievale come geomantia, e da lì si diffuse nell’Europa cristiana tardo-medievale, spesso collegata alle scienze occulte studiate nei circoli ermetici e neoplatonici.
Le origini storiche della geomanzia sono da ricercarsi nel mondo arabo-islamico tra l’VIII e il X secolo. In arabo, essa è nota con il nome di علم الرمل (‘ilm al-raml), letteralmente “la scienza della sabbia”. La pratica consisteva nel tracciare punti o linee sulla sabbia in maniera casuale, per poi elaborare una serie di figure simboliche, dette geomantiche, attraverso un sistema preciso di calcolo binario. Queste figure, sedici in tutto, venivano poi interpretate in base a significati archetipici, analogamente agli arcani dei tarocchi o agli esagrammi dell’I Ching.
I testi più antichi sull’argomento risalgono al X secolo e si ritiene che le radici della geomanzia araba affondino nell’area persiana e mesopotamica, dove già esistevano forme di divinazione basate sull’osservazione del terreno, dei sassi e dei movimenti animali. In Europa, la geomanzia venne conosciuta grazie alla trasmissione delle scienze arabe nella penisola iberica, e trovò terreno fertile presso gli studiosi dell’occultismo rinascimentale. Tra questi, spicca Cornelio Agrippa, che nel suo De Occulta Philosophia (pubblicato nel 1531) dedica ampio spazio alla geomanzia, considerandola una delle forme più nobili di mantica naturale.
La struttura della geomanzia prevede la formazione di sedici figure costituite da quattro linee, ciascuna composta da uno o due punti, per un totale di 256 possibili combinazioni. Le figure hanno nomi latini come Via (la strada), Cauda Draconis (la coda del drago), Populus (il popolo), Acquisitio (acquisizione), e ognuna è collegata a un pianeta, a un segno zodiacale, a una casa astrologica e a un significato simbolico. Queste connessioni riflettono la visione magico-analogica tipica del pensiero ermetico: tutto è interconnesso, e l’universo parla attraverso simboli che occorre saper leggere.
A differenza dell’astrologia, che richiede il calcolo del tempo, la geomanzia è una scienza dello spazio e dell’immediato. Essa nasce dal contatto diretto con la materia, e per questo è considerata una pratica più istintiva, più radicata, più “terrestre”. È una conoscenza che non proviene dal cielo, ma dal basso: dalla polvere, dal suolo, dalla sabbia. È il sapere dei pastori, dei nomadi, dei saggi del deserto, che leggono i segni nel vento, nelle dune, nelle crepe del terreno.
Oggi, la geomanzia è stata in gran parte dimenticata o confusa con pratiche New Age più superficiali. Tuttavia, resta uno strumento profondo per chi desidera ascoltare il linguaggio invisibile della terra. Non serve alcuna tecnologia, nessun supporto sofisticato. Solo concentrazione, rispetto e silenzio. Perché la terra parla, ma non urla: sussurra. E chi sa ascoltare può leggere nei suoi segni non solo il futuro, ma anche il presente più nascosto.
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