Lo Zohar, “Splendore”, è il cuore mistico della Cabala ebraica, un testo che non si legge soltanto con la mente, ma con l’anima. È un’opera composta in aramaico medievale e attribuita tradizionalmente a Shimon bar Yochai, maestro del II secolo, ma redatta nella sua forma attuale nella Spagna del XIII secolo da Moshe de León. Non è un trattato sistematico, ma un intreccio di racconti, visioni, commenti esoterici alla Torah e, soprattutto, canti — versi che non si limitano a spiegare, ma invocano, vibrano, lodano. I canti dello Zohar non sono solo parole: sono fuoco. Sono luce che si fa suono per risalire all’Origine.
Il termine “Zohar” deriva dall’ebraico זֹהַר (zohar), che significa “splendore”, “bagliore”, “luce intensa”. E tutta l’opera è un canto alla luce divina che permea e trascende il mondo. Questa luce non è luce fisica: è la Or Ein Sof, la Luce dell’Infinito, che scende nei mondi per illuminare, purificare e guidare. Nei canti, questa luce è celebrata come fiume, come fuoco, come veste del divino. È la luce che avvolge l’anima nel momento della preghiera, che scende nella notte del mondo per svelare la verità nascosta nelle cose.
I canti dello Zohar spesso si aprono con esclamazioni che traboccano d’amore e meraviglia: “Beato l’uomo che contempla la bellezza del Re!”, “Luce sopra ogni luce, che nessun occhio ha mai visto!” Queste lodi non nascono dalla dottrina, ma dall’esperienza. Lo Zohar è un testo di visione, non di argomentazione. I suoi canti sono il frutto della devekut, dell’adesione mistica a Dio, e il linguaggio non si accontenta di definire: danza, si spezza, si incendia. Ogni parola vibra come una scintilla, ogni verso è eco di un mondo superiore.
Nel simbolismo zoharico, la luce divina discende attraverso dieci gradi, le sefirot, che sono sia attributi divini sia canali dell’energia spirituale. I canti lodano ciascuna di queste manifestazioni: la sapienza (Chokhmàh), l’intelligenza (Binàh), la misericordia (Chèsed), la gloria (Tifèret), fino al regno (Malkhùt), la Shekhinah, la Presenza divina nel mondo. È in Malkhùt che la luce si fa prossima, si nasconde nella materia, si unisce all’umano. E i canti dello Zohar sono spesso suppliche alla Shekhinah: che non ci abbandoni, che si riveli, che risalga al trono della sua gloria.
La struttura poetica dello Zohar non è regolare, ma ispirata. Le immagini si susseguono come sogni: lampade accese, fiumi di fuoco, giardini notturni, spose celesti, lettere che danzano. In questa bellezza enigmatica si cela un sapere che non si possiede, ma che si riceve solo nella gratuità della contemplazione. Il canto non è qui ornamento, ma necessità: la luce divina, per farsi udibile, ha bisogno del canto, della voce che si arrende, dell’anima che si lascia attraversare.
Il canto nello Zohar è anche memoria. I mistici cabalisti non si limitano a leggere: intonano, modulano, respirano il testo. Perché ogni lettera della Torah è viva, e nello Zohar questa vitalità è amplificata. Alcuni passaggi si chiudono con espressioni come “Così è stato detto nei Cieli” o “E l’assemblea santa cantò con lui”: il canto unisce terra e cielo, anima e parola, studio e preghiera. Non è mai solo suono: è un atto magico, una forma di elevazione. Lodare la luce significa diventarne trasparenza.
Nella tradizione cabalistica, si dice che il mondo non è sostenuto dalla legge, ma dal canto dei giusti. E i canti dello Zohar sono voce di questi giusti: maestri erranti, discepoli in ascolto, visionari del segreto. Essi non cantano solo per se stessi, ma per tutta l’umanità, per tutte le anime esiliate, per ogni scintilla dispersa nella creazione. Lodano per risvegliare, per guarire, per ricongiungere. E ogni canto è un ritorno. Alla luce, al principio, all’unità perduta.
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