Nel cuore della spiritualità giapponese, il pellegrinaggio non è solo un viaggio fisico, ma un atto interiore, un cammino che unisce il corpo e l’anima in un unico respiro. I pilgrimages — cammini devozionali che attraversano montagne, isole e villaggi — sono pratiche antichissime, nate dalla fusione tra buddhismo, shintoismo e cultura locale, in cui l’andare a piedi verso un luogo sacro diventa esso stesso una forma di preghiera, un’offerta silenziosa, un processo di purificazione. Non è tanto il raggiungimento della meta che conta, quanto la trasformazione che avviene lungo il tragitto. È un pellegrinaggio dell’essere, in cui ogni passo è meditazione.
Il più noto tra questi percorsi è il Cammino degli 88 Templi di Shikoku, che abbraccia l’intera isola con un anello di oltre mille chilometri. Ogni tempio visitato è una stazione dell’anima, legata alla vita e all’insegnamento del monaco Kūkai (774–835), fondatore della scuola buddhista Shingon. Il cammino, detto henro, non ha una direzione obbligata: può iniziare da qualsiasi punto e non è necessario completarlo in un’unica volta. Chi lo percorre, lo fa come henro-san, pellegrino vestito di bianco, con bastone, cappello conico e spesso un piccolo diario su cui raccogliere timbri e riflessioni. Ogni gesto, anche il più semplice, diventa rituale.
Il termine giapponese henro significa “trasformazione” o “cambiamento”, ed è composto dai kanji che indicano “cammino” e “ruotare”, nel senso di muoversi in circolo. Il pellegrinaggio, dunque, non è solo spostamento, ma circolazione dell’anima, ritorno all’essenza, ciclicità dell’essere. Questo cammino non si fa mai da soli: anche chi viaggia senza compagnia porta con sé la presenza spirituale di Kūkai, considerato guida invisibile. Si dice che cammini sempre al fianco del pellegrino, ascoltandone i pensieri e offrendo sostegno interiore. Camminare con lui è come camminare dentro il cuore stesso della tradizione.
Un altro pellegrinaggio di grande valore è il Kumano Kōdō, rete di antichi sentieri di montagna che collegano i tre santuari principali della penisola di Kii: Kumano Hongū Taisha, Kumano Hayatama Taisha e Kumano Nachi Taisha. È un cammino immerso nella natura, tra foreste di cedri millenari, cascate sacre e silenzi profondi. Questi luoghi sono considerati manifestazioni viventi del kami, le divinità dello shintoismo. In questo contesto, la preghiera non si formula con parole, ma con la semplice presenza: è l’atto stesso del camminare in armonia con la natura a generare il senso del sacro.
Il cammino diventa quindi una liturgia del corpo. Ogni sforzo fisico, ogni fatica, ogni respiro affaticato è offerta. La meta non è solo geografica, ma spirituale. In molte testimonianze, i pellegrini raccontano di momenti di rivelazione improvvisa: un tramonto tra gli alberi, un incontro gentile con un abitante del villaggio, una pioggia improvvisa che lava via la stanchezza. Il pellegrinaggio giapponese non chiede prodezze ascetiche, ma disponibilità alla meraviglia, capacità di ascoltare il silenzio, di farsi vuoti per accogliere. È una pratica che plasma il cuore camminando.
Nel buddhismo giapponese, il pellegrinaggio è considerato una forma di accumulo di meriti, ma anche di guarigione. Il passo lento e consapevole agisce come una meditazione in movimento, capace di armonizzare corpo e mente. Alcuni tratti del cammino sono volutamente difficili, come nel Oku-no-in a Kōya-san, per ricordare che la verità si conquista attraverso la fatica, e che il paesaggio esteriore riflette sempre un paesaggio interiore.
La cultura giapponese tende a non separare il sacro dal quotidiano. Anche un sentiero fangoso può essere un tempio. Anche un saluto tra sconosciuti può essere preghiera. Il pellegrinaggio diventa allora una scuola di attenzione, di gentilezza, di rispetto. Si impara a ringraziare, a rallentare, a non sprecare nulla. Ogni elemento — una pietra, una foglia, una goccia di rugiada — parla, se si è disposti ad ascoltare. Questo è il linguaggio muto della preghiera camminata.
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