L’Anima Ebraica: Nefesh, Ruach, Neshamah

Nella tradizione ebraica, l’anima non è un’unità indivisibile, ma una realtà stratificata, viva, in continuo dialogo tra terra e cielo. È composta da diversi livelli, ciascuno con funzioni e profondità proprie, che corrispondono a dimensioni interiori e cosmiche. I nomi principali che la descrivono — Nefesh, Ruach e Neshamah — non sono solo parole, ma strumenti di comprensione dell’essere umano in rapporto al divino. Conoscerli significa entrare in un’antica mappa dell’anima, tracciata dalla saggezza biblica, rabbinica e mistica, per orientarsi nel viaggio spirituale.

Il primo livello è Nefesh (נֶפֶשׁ), termine che compare già nei primi capitoli della Genesi. Quando si dice che l’essere umano divenne un “essere vivente”, il testo ebraico usa l’espressione nefesh chayah. Etimologicamente, nefesh è legato al respiro, alla vitalità biologica, al sangue che scorre: è l’anima incarnata, quella che anima il corpo, che percepisce il bisogno, il desiderio, il timore. È legata alla terra, al sentire primario, al mondo delle emozioni più immediate. Ma proprio per questo è anche il primo punto di accesso alla spiritualità: è nel corpo, nel ritmo della vita quotidiana, che inizia il risveglio.

Il secondo livello è Ruach (רוּחַ), che significa “vento”, “soffio”, “spirito”. È la dimensione intermedia dell’anima, ponte tra l’istintivo e il superiore. Ruach è l’anima emotiva e morale: è coscienza, scelta, intenzione. È la sede delle qualità umane che permettono di distinguere il bene dal male, di provare compassione, di sintonizzarsi con la voce della Torah. È il respiro che collega, che trasforma l’impulso in significato, che permette di articolare la parola e l’etica. Ruach è anche la forza del cammino interiore, lo slancio che porta l’anima verso l’alto senza dimenticare il basso.

Infine, Neshamah (נְשָׁמָה) è l’anima superiore, la scintilla divina che risiede nell’essere umano. Il termine deriva dalla radice n-sh-m, la stessa di neshimah — “respiro” — ma in un’accezione più sottile e sacra. Neshamah è l’intelligenza spirituale, la coscienza dell’eterno, la parte dell’anima che non si contamina mai, che resta pura anche nei momenti di oscurità. È quella che “sale in alto”, che riceve la luce della Chokhmah e della Binah, le prime due sefirot, e che permette di conoscere non solo con la mente, ma con la visione interiore. La neshamah non è prodotta dal mondo: discende da Dio, e a Lui tende a tornare.

Questa struttura tripartita dell’anima non è una rigida classificazione, ma un invito a riconoscere che l’essere umano è un campo spirituale in movimento. I tre livelli dialogano, si nutrono a vicenda, si integrano. In alcuni testi cabalistici, si parla anche di altri due livelli più alti: Chayah (vita) e Yechidah (unicità), ma nefesh, ruach e neshamah restano i tre fondamenti su cui si costruisce la vita spirituale e la trasformazione dell’essere.

Nella liturgia ebraica, questa consapevolezza dell’anima plurima è presente in molte preghiere. Al risveglio, si recita Elohai neshamah shenatata bi tehorah hi — “Dio mio, l’anima che mi hai dato è pura”: è un riconoscimento della neshamah come dono divino che ogni giorno ritorna. Durante lo Shabbat, si dice che una neshamah yeterah, un’anima supplementare, si posa sull’uomo: non per aggiungere qualcosa di esterno, ma per risvegliare ciò che già dimora dentro. Lo studio della Torah, la preghiera profonda, il silenzio contemplativo sono vie per elevare il nefesh e il ruach, permettendo alla neshamah di farsi sentire.

Nell’insegnamento chassidico, il lavoro spirituale è proprio questo: integrare i livelli dell’anima, purificare il nefesh, elevare il ruach, illuminare la neshamah. Non si tratta di fuggire dal corpo o dalle emozioni, ma di trasformarle in strumenti della presenza divina. Ogni azione, se compiuta con consapevolezza, può diventare veicolo per far risplendere l’anima. E in questo, l’essere umano partecipa all’opera sacra della creazione: rendere visibile l’invisibile, portare la luce nell’ombra, far scendere il cielo nella terra.

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