Il Velo del Tempio: Rottura della Dualità

Nel cuore del Santuario di Gerusalemme, nel punto più sacro della tradizione ebraica, si trovava un velo. Questo parokhet (פָּרֹכֶת), una spessa cortina tessuta di porpora, scarlatto, lino e blu celeste, separava il Santo dal Santo dei Santi. Oltre quel velo, nessuno poteva entrare, se non il Sommo Sacerdote, una volta all’anno, nel Giorno dell’Espiazione. Quel confine segnava la soglia tra umano e divino, tra tempo e eternità, tra il visibile e l’invisibile. Ma proprio per questo, il velo non è solo una barriera: è un simbolo. E la sua rottura, secondo il racconto evangelico, è il segno che la dualità si è spezzata, che la separazione si è dissolta, che qualcosa di radicalmente nuovo si è aperto nel cuore del cosmo.

Il termine ebraico parokhet è legato alla radice prk, che può indicare lo “staccare”, il “dividere”. Il velo è ciò che divide, ma anche ciò che custodisce. Non è un muro, ma un diaframma sottile che, nel custodire il mistero, lo annuncia. Esso separa non per negare l’accesso, ma per ricordare che esiste un tempo e un luogo per ogni incontro. In questo senso, il velo è anche pedagogico: insegna l’attesa, l’ascolto, la preparazione. Ma nella visione spirituale più profonda, il velo non è destinato a durare. È destinato a cadere.

Nel Vangelo secondo Matteo (27,51), si legge che nel momento della morte di Gesù “il velo del Tempio si squarciò in due, da cima a fondo”. Questo gesto, che non avviene per mano umana, ma come evento cosmico, è una chiave interpretativa potentissima. La rottura del velo non è semplice distruzione: è rivelazione. È l’aprirsi del Santo dei Santi, il manifestarsi del divino non più rinchiuso in uno spazio esclusivo, ma riversato nel mondo, accessibile, vicino. È la dissoluzione della distanza tra Dio e l’uomo, tra il sacro e il profano, tra interno ed esterno. È la fine della dualità.

Nel pensiero mistico ebraico e cristiano, questa immagine assume una densità simbolica ancora più profonda. Il velo diventa metafora dell’illusione della separazione. Si crede che Dio sia altrove, che l’anima sia imprigionata nel corpo, che il cielo sia distante dalla terra. Ma quando il velo si lacera, la coscienza si risveglia: non vi è due, vi è uno. Non vi è distanza, vi è intimità. La rottura del velo è l’esperienza mistica per eccellenza: la coscienza che si apre, l’Io che si dissolve, il divino che si rivela come presenza immanente.

Etimologicamente, “velare” deriva dal latino velum, che indica una copertura, ma anche una vela: ciò che nasconde e ciò che guida. Il velo, dunque, ha una doppia funzione. Ma il suo squarciarsi — schizein, nel greco del Vangelo — implica una divisione radicale che è, in realtà, un’unificazione più alta. Quando il velo si spezza, non restano due pezzi: resta un’apertura. Uno squarcio nella realtà che non divide, ma collega. È la soglia, il varco, la finestra sul mistero. Il velo squarciato è il cuore aperto del mondo.

Nella spiritualità interiore, il velo può essere anche l’ego, la mente dualistica, la paura che separa. E la rottura del velo diventa il momento in cui l’anima si riconosce parte del Tutto. Il luogo più sacro non è più un tempio esterno, ma il cuore umano che si fa dimora. Il Santo dei Santi si sposta, si espande, si manifesta ovunque. E l’esperienza della non-dualità non è concetto astratto, ma realtà viva, vissuta, trasformante.

Il velo, allora, non è solo oggetto liturgico o simbolico: è il dramma interiore di ogni essere umano. È ciò che ci separa dall’altro, da Dio, da noi stessi. E la sua rottura è il gesto sacro di chi osa attraversare. Di chi non si accontenta del culto, ma cerca l’incontro. Di chi non teme la luce che abbaglia, ma la accoglie. Perché dietro il velo, c’è il volto. E nel volto, c’è l’unità che attende di essere vista.

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