Quando Mosè discese dal Sinai portando le Tavole della Legge, il popolo stava danzando attorno a un vitello d’oro. L’incontro tra la rivelazione divina e la fragilità umana fu drammatico: le Tavole si spezzarono. Eppure, proprio in quella frattura, si nasconde un insegnamento profondo. Le Tavole della Legge non sono solo pietre scolpite, ma simboli viventi del dialogo tra il divino e l’umano, tra l’eterno e il tempo, tra la legge esterna e la coscienza interiore. E in questo dialogo, il cuore non è semplice spettatore: è destinatario, è interprete, è altare.
Il termine ebraico per “Tavole” è luchot (לוּחוֹת), da luach, che significa “tavola, lastra, superficie”. Le prime Tavole, secondo la tradizione, furono scolpite da Dio stesso: “Le Tavole erano opera di Dio, e la scrittura era scrittura di Dio, incisa sulle Tavole” (Esodo 32,16). Il verbo usato è charut (חָרוּת), “incisa”, parola che i maestri rabbinici leggono anche come cherut (חֵרוּת), “libertà”. La Legge, dunque, non è oppressione, ma liberazione. Non è imposizione esterna, ma possibilità di trasformazione. E questa trasformazione avviene quando ciò che è scritto sulla pietra si riflette sul cuore.
I profeti hanno intuito questa dinamica con forza visionaria. Geremia annuncia un tempo in cui la Legge non sarà più su tavole esterne, ma scritta “nel cuore”: “Porrò la mia Legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Geremia 31,33). Ezechiele parla del passaggio da un “cuore di pietra” a un “cuore di carne”: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36,26). Il cuore di carne è il cuore capace di sentire, di tremare, di amare. Non è mollezza spirituale, ma apertura radicale. È ciò che permette alla Legge di diventare vita.
Nel linguaggio della mistica ebraica, questa trasformazione è centrale. Le Tavole rotte non vengono gettate via: vengono conservate insieme a quelle nuove nell’Arca dell’Alleanza. Questo dettaglio è rivelatore. Anche la frattura fa parte della rivelazione. Anche il fallimento è luogo della presenza. Le Tavole intere rappresentano la perfezione dell’ideale; quelle spezzate, la verità dell’umano. Nell’Arca, le due coesistono. E solo il cuore di carne può contenere entrambe: la legge e la compassione, la giustizia e il perdono, la verità e la fragilità.
Etimologicamente, “cuore” deriva dal latino cor, a sua volta legato alla radice indoeuropea kerd, che indica il centro, il nucleo vitale. Il cuore non è solo un organo biologico, ma il luogo simbolico della decisione, del discernimento, della presenza. Nella lingua ebraica, il cuore è lev (לֵב), ma in molte scritture si trova la forma levav, a indicare la doppiezza interiore: la tensione tra istinto e coscienza, tra impulso e ascolto. Avere un cuore di carne significa riconciliare queste polarità, lasciare che la Legge non sia solo regola, ma respiro. Che non venga solo osservata, ma interiorizzata.
Il Talmud afferma che “Dio desidera il cuore” — Rachmana liba ba’i. Più dei sacrifici, più delle parole, più dei riti: il cuore. Perché solo il cuore può leggere davvero le Tavole. Non con gli occhi, ma con il fuoco. Il cuore di carne brucia senza distruggere, come il roveto ardente. È lì che la Legge diventa preghiera, ascolto, vita quotidiana. È lì che la rivelazione continua, non come evento passato, ma come presenza viva. Non basta conoscere la Legge: bisogna sentirla pulsare. Solo allora essa guida, protegge, illumina.
Nel Sabato del cuore, quando si smette di fare e si inizia a essere, le Tavole brillano di nuovo. Non come imposizione, ma come invito. Non come dogma, ma come danza. E il cuore di carne, temprato dal cammino, può finalmente leggerle senza paura. Non per giudicare, ma per amare. Non per dividere, ma per unire. Perché la vera Legge, scritta nella carne viva dell’anima, non separa cielo e terra: li ricongiunge.
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