Praticare correttamente l’adorazione eucaristica significa entrare in una relazione viva e consapevole con la Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, in un atteggiamento di amore, silenzio e ascolto. Non si tratta di “fare qualcosa”, ma di essere presenti. Non si tratta di dire molte parole, ma di rimanere in adorazione, che etimologicamente viene dal latino adorare, composto da ad- (“verso”) e orare (“pregare, parlare solennemente”), e che indicava l’atto di portare la bocca verso, un segno di intimità, di reverenza, di abbandono. Adorare è dunque offrire se stessi nel silenzio alla presenza dell’Altro, lasciando che l’anima si apra come un fiore alla luce.
L’adorazione eucaristica non è una tecnica, né un momento devoto tra gli altri: è un incontro. È stare dinanzi al Mistero vivente, dinanzi a quel pane che non è simbolo, ma realtà trasformata, corpo dato, presenza piena. Per questo, il primo passo per praticarla correttamente è la disposizione interiore. Si entra in adorazione come si entra in una terra sacra: con rispetto, con umiltà, con lentezza. Non si tratta di “sentire qualcosa”, ma di offrire la propria presenza. Come un’amicizia profonda non ha bisogno di parole continue, così l’adorazione è soprattutto una forma di intimità silenziosa.
Il corpo partecipa a questa postura. L’ingresso in chiesa, il genuflettersi davanti al Santissimo, il sedersi o inginocchiarsi con raccoglimento non sono formalità, ma gesti che aiutano a sintonizzarsi. Anche il respiro, reso calmo e profondo, può diventare preghiera. La mente può inizialmente vagare, ma l’adorazione non chiede perfezione: chiede fedeltà. Quando ci si distrae, si ritorna. Quando si è stanchi, si resta. Quando si è nel deserto, si rimane ugualmente, come il contadino che guarda il campo anche quando non vede germogli. Perché è lo stare stesso che trasforma.
Durante l’adorazione, si può leggere un passo del Vangelo, lentamente, meditarlo, lasciarlo penetrare. Ma è essenziale non riempire troppo. L’adorazione non è il momento per accumulare riflessioni, ma per svuotarsi, per accogliere. È il tempo in cui si passa dall’orazione del cuore alla contemplazione. In molti scritti mistici si legge che in adorazione si smette di parlare per imparare ad ascoltare. Il silenzio non è assenza, ma presenza pura. È spazio libero dove Dio può parlare, agire, amare. Spesso non si riceve un messaggio preciso, ma un cambiamento sottile, una pace nuova, una luce che si fa chiara solo dopo.
L’adorazione eucaristica ha anche una dimensione ecclesiale. Non si adora da soli: anche quando si è fisicamente soli in chiesa, si è uniti a tutta la Chiesa, visibile e invisibile, che vive dell’Eucaristia. Ogni momento di adorazione è quindi anche intercessione: per il mondo, per chi soffre, per chi cerca, per chi è lontano. Si porta tutto nel cuore e lo si depone davanti a Colui che tutto conosce. È un atto di amore gratuito, è offerta di sé, è servizio nascosto. Non è tempo “fuori” dalla vita, ma cuore della vita. Chi adora non fugge dal mondo, ma lo ama con lo sguardo di Dio.
Nel tempo, la pratica dell’adorazione trasforma lo sguardo. Si impara a riconoscere la Presenza anche fuori dalla chiesa, anche nei volti, nelle situazioni, nelle ferite. La stabilità interiore cresce, l’anima si purifica, il cuore si dilata. Non perché si compia uno sforzo, ma perché lo stare dinanzi a Dio plasma lentamente chi siamo. L’adorazione eucaristica, vissuta con fedeltà, diventa scuola di umiltà, di ascolto, di verità. Si impara a non cercare risultati, ma a lasciarsi formare. E in questo lasciarsi formare, si diventa adoratori in spirito e verità.
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