“Shema Israel, Adonai Elohenu, Adonai Echad”. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Questa formula, semplice e assoluta, risuona ogni giorno nella tradizione ebraica come preghiera, dichiarazione, centro. Lo Shema Israel non è soltanto una recitazione liturgica, ma una via spirituale. È un’affermazione di unità, una pratica di ascolto, un’immersione nell’essere. Pronunciarla non è solo atto di fede, ma gesto interiore che riconduce l’anima alla sua radice. È il cuore della Torah, ma anche il cuore dell’uomo.
Etimologicamente, Shema viene dall’ebraico שמַע (šemaʿ), che significa “ascolta”, “presta attenzione”, ma anche “obbedisci”. Nella lingua biblica, ascoltare non è un atto passivo. È un’apertura che coinvolge l’essere, un’adesione profonda che diventa azione. Lo Shema è quindi un comando spirituale: non solo udire, ma lasciarsi toccare, trasformare. Israel (ישְרָאֵל), “colui che lotta con Dio” o “colui che è retto presso Dio”, indica l’essere umano in cammino, in relazione, in ricerca.
L’essenza dello Shema è l’unità: “Adonai Echad”, “il Signore è Uno”. Questo “Uno” non è numerico, ma ontologico. È l’unità che abbraccia la molteplicità, che sta prima e oltre ogni dualità. Non si tratta solo di proclamare il monoteismo, ma di entrare nella visione di un universo interamente permeato dal divino. Ogni atomo, ogni respiro, ogni evento, tutto è uno nel mistero di Dio. L’unità dello Shema è una realtà da contemplare, da vivere, da incarnare.
Nella tradizione mistica ebraica, in particolare nella Kabbalah, lo Shema è visto come una formula di unione tra le forze divine. È un sigillo di armonia tra le Sefirot, tra i mondi superiori e inferiori. La parola Echad (אֶחָד), “uno”, è formata da tre lettere: Alef (1), Chet (8), Dalet (4). Queste lettere, sommate, danno 13, lo stesso valore numerico della parola ahavah (אהבה), “amore”. Così, l’uno è amore, e l’amore è uno. Ripetere lo Shema è entrare in questa unità-amore che tutto comprende.
Lo Shema è anche una pratica spirituale. Nella tradizione quotidiana, si recita al mattino e alla sera, nei momenti di passaggio tra luce e buio. È una soglia. È anche l’ultima parola che l’ebreo osservante desidera dire prima di morire. Perché in quel momento, tutto si riconsegna all’Uno. Recitare lo Shema è dichiarare che la vita ha un centro, e che quel centro è unità, ascolto, presenza.
Nel suo nucleo profondo, lo Shema è invito all’ascolto interiore. Ascoltare Israele non è solo ascoltare una voce esterna, ma la voce dentro, quella che non grida ma chiama. È la voce del silenzio sottile. È la coscienza che riconosce il proprio fondamento. In un mondo frammentato, rumoroso, disperso, lo Shema è ritorno all’essenziale. Non dice di cercare Dio altrove. Dice: ascolta, ora, qui. Il Signore è tuo. Il Signore è Uno.
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