Nel pensiero di Platone si cela una profondità che va oltre la razionalità filosofica. La sua opera, benché strutturata in dialoghi logici e domande socratiche, custodisce una corrente sotterranea, un sapere velato che si intreccia con i Misteri antichi della Grecia, in particolare con quelli di Eleusi. Non si tratta di una filosofia esoterica nel senso moderno del termine, ma di una via iniziatica: un pensare che si fa vedere, un vedere che si fa essere. Platone non era soltanto un filosofo della ragione, ma anche un custode di visioni, e la sua filosofia, letta in chiave spirituale, si rivela come una preparazione all’incontro con il divino.
Etimologicamente, “filosofia” deriva dal greco philosophía, composto da phílos (“amico”) e sophía (“sapienza”): è l’amore per la sapienza, ma anche l’amicizia con il sapere che salva. Non è possesso, ma tensione. Non è accumulo, ma eros verso l’origine. La parola “occulto”, dal latino occultus, participio passato di occultare (“nascondere”), ci parla di ciò che non è visibile immediatamente, ma che attende lo sguardo purificato per rivelarsi. In Platone, il sapere non si mostra tutto insieme, ma si dischiude in gradi. Come in un rito.
I Misteri Eleusini, celebrati ogni anno nell’Attica in onore di Demetra e Persefone, erano il cuore della religiosità misterica greca. Vi partecipavano iniziati provenienti da tutto il mondo ellenico, e il loro contenuto era rigorosamente segreto. Si sa, tuttavia, che il rituale prevedeva un percorso di purificazione, un’immersione nel buio, e infine una visione di luce: simbolo della morte e della rinascita, della discesa nell’invisibile e dell’ascesa all’immortalità. Chi aveva partecipato ai Misteri, Platone compreso, parlava di un’esperienza trasformativa: non una semplice celebrazione, ma un passaggio.
In molte opere platoniche, si ritrovano immagini che echeggiano il linguaggio misterico. Nel “Fedone”, il corpo è visto come prigione dell’anima, e la filosofia come preparazione alla morte. Nel “Simposio”, l’ascesa verso la Bellezza in sé è descritta come un’Iniziazione. Nel “Timeo”, l’universo è ordinato secondo proporzioni sacre, come un tempio cosmico. E nel celebre “Mito della Caverna” contenuto nella “Repubblica”, l’intero cammino dell’anima è rappresentato come uscita dall’ombra, passaggio nel dolore, visione del Sole — metafora trasparente del cammino eleusino.
Non a caso, Platone parlava della filosofia come di una mousiké, una disciplina dell’anima, un’armonia. E come i Misteri erano accessibili solo a chi era pronto, così i suoi insegnamenti più profondi erano trasmessi solo oralmente, nella cosiddetta “dottrina non scritta”. Questa dottrina, secondo varie testimonianze antiche, verteva sull’Uno, sull’Indivisibile, sull’origine che si riflette nella molteplicità ma non si disperde in essa. Era metafisica viva, non teoria. Era contemplazione, non dialettica.
I Misteri Eleusini e la filosofia platonica condividono lo stesso impulso: non spiegare il divino, ma preparare l’anima a riceverlo. La vera conoscenza, per Platone, non è quella che si insegna, ma quella che si ricorda. È anámnēsis, memoria dell’eterno. E i riti misterici erano proprio questo: scuotere l’anima affinché ricordasse ciò che ha dimenticato nel tempo, nella carne, nel mondo.
La filosofia, allora, non è solo amore per il sapere. È disciplina iniziatica, rito interiore, cammino di trasfigurazione. E Platone, più che un teorico, è un mistagogo, una guida nell’oscurità. La sua parola filosofica non punta a convincere, ma a convertire: non nel senso religioso, ma nel senso profondo di ritorno, di inversione dello sguardo. Per questo i suoi dialoghi si chiudono spesso con un’apertura: non una conclusione, ma un invito al viaggio.
Nel mondo contemporaneo, riscoprire la filosofia occulta di Platone e la sapienza dei Misteri Eleusini non è un esercizio archeologico, ma una possibilità viva: la possibilità di ricordare che il pensiero può essere soglia, che il sapere può essere iniziazione, che l’anima, nel suo desiderio più profondo, non cerca spiegazioni, ma visioni.
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