Come abbandonare ogni immagine nella via negativa (mistica apofatica)

Il cuore della via negativa, o mistica apofatica, è l’abbandono progressivo di ogni immagine, concetto, parola, emozione e rappresentazione legata a Dio, fino a giungere a una conoscenza che non passa attraverso la mente, ma attraverso il silenzio pieno dell’anima. Non si tratta di negare Dio, ma di purificare l’accesso alla sua presenza, perché ciò che Egli è supera infinitamente ogni forma, ogni linguaggio, ogni pensiero umano. L’anima che vuole percorrere questa via non cerca di afferrare il mistero, ma di lasciarsi afferrare da esso, attraverso la spogliazione totale di tutto ciò che è sensibile, discorsivo, immaginativo. Per giungere a Dio nella verità, bisogna abbandonare tutto ciò che non è Dio, e questo include anche le immagini più sante e i pensieri più elevati. Questo è il cammino che i grandi mistici apofatici, da Gregorio di Nissa a Dionigi l’Areopagita, da Massimo il Confessore a Giovanni della Croce, hanno tracciato come via oscura verso la luce suprema.

Per comprendere esattamente cosa significhi abbandonare ogni immagine, occorre prima chiarire il significato della parola “immagine” in questo contesto. Il termine “immagine” deriva dal latino imago, che indica una figura, una rappresentazione visibile, un riflesso della realtà. Nella tradizione apofatica, tuttavia, il termine assume un senso più ampio: non solo la rappresentazione sensibile, ma ogni forma mentale che la mente utilizza per avvicinarsi a Dio. Queste immagini possono essere visive, concettuali, affettive, simboliche. Sono tutte le “mediazioni” che aiutano l’anima nei primi gradi della preghiera, ma che devono essere lasciate cadere man mano che si avanza verso il centro.

Etimologicamente, il termine “apofatico” deriva dal greco apophatikós, da apó (“lontano da”) e phánai (“dire, manifestare”). Indica quindi una forma di conoscenza per negazione, per allontanamento, per distacco. Dire che Dio è “non visibile”, “non comprensibile”, “non contenibile”, non significa che Egli sia il nulla, ma che è al di là di ogni modo di essere concepibile. Dionigi l’Areopagita, il grande teorico di questa via, afferma che “Dio è oltre l’essere, oltre la luce, oltre la mente”: tutte le affermazioni devono essere negate, perché ogni parola rischia di contenere, e ciò che è infinito non può essere contenuto.

Il primo passo per abbandonare ogni immagine è riconoscere che l’anima ha bisogno delle immagini nelle fasi iniziali. Le immagini sono utili, necessarie, pedagogiche. Una croce, una scena evangelica, una parola della Scrittura, una visione interiore, una consolazione spirituale: tutto questo è dono, e guida verso Dio. Ma quando si resta legati ad esse, si finisce per confondere la via con la meta. L’immagine è solo un ponte. La via negativa comincia quando, pur avendo ricevuto da Dio grazie sensibili o comprensibili, l’anima comprende che queste non sono Dio, e che solo l’abbandono può condurre alla vera unione.

Abbandonare ogni immagine non significa eliminare con forza ogni pensiero, ma lasciare che si dissolva nella preghiera silenziosa. Per fare questo, l’anima deve imparare a rimanere in quiete, seduta, in silenzio, senza recitare formule, senza cercare emozioni, senza seguire alcun pensiero. Non si tratta di svuotare la mente con violenza, ma di non aderire a nulla. Quando una rappresentazione sorge – un’immagine di Cristo, un pensiero devoto, un desiderio spirituale – si riconosce con dolcezza che è solo un passaggio, e lo si lascia cadere. Si torna, ogni volta, al vuoto interiore colmo di attesa e di silenzio. Non si guarda nulla, non si dice nulla, non si cerca nulla. Si sta.

Questo “stare” è già preghiera profonda. È l’orazione spoglia, nuda, senza oggetto. È lo stare “sotto la nube della non-conoscenza”, come insegna il testo inglese del XIV secolo, dove l’anima accetta di non sapere, di non vedere, di non sentire, e proprio per questo diventa capace di ricevere. Non ricevere forme, ma essere abitata dalla Presenza. In questo spazio, non si percepisce nulla con i sensi, ma il cuore viene silenziosamente trasformato. L’anima si fa vuota, povera, leggera. Non perché abbia trovato qualcosa, ma perché ha lasciato tutto ciò che la separava.

Nel cammino della via negativa, ci sono momenti di buio profondo. Si ha l’impressione che Dio sia assente, che la preghiera non abbia senso, che si sia perduto ogni contatto. In realtà, questi momenti sono i più fecondi. Quando l’anima non vede nulla, può finalmente credere senza appoggi. Quando non sente nulla, può amare nella nudità più pura. Giovanni della Croce descrive queste fasi come “notti”: notte dei sensi, notte dello spirito, notte della fede. Non sono castighi, ma purificazioni. L’anima, spogliata, viene preparata a una unione che non si può descrivere con nessuna immagine, perché è oltre ogni forma.

Per praticare questo cammino, è necessario stabilire tempi quotidiani di silenzio, anche brevi, in cui l’anima si siede, tace, e non cerca nulla. Non si recita nulla, se non forse una parola semplice che aiuti a restare presenti, come “Dio”, “Presenza”, “Luce”. Ma anche questa, col tempo, cade. L’attenzione si posa dentro, non sulla mente, ma sulla semplice esistenza, sul fatto stesso di essere alla presenza di Dio senza sapere come. È utile ritornare, ogni volta che la mente si affolla, al corpo, al respiro, all’istante. Ma tutto questo non come tecniche, bensì come segni di resa, di distacco, di abbandono.

Chi persevera in questa pratica, lentamente scopre una luce che non abbaglia, una pace che non è emozione, una gioia che non ha causa. È il segno che Dio ha cominciato a fare ciò che l’anima non può fare. La via negativa non è un vuoto sterile: è un vuoto fecondo, che accoglie l’Invisibile, che ospita l’Inconoscibile, che dimora nel Mistero. Non è una via per chi cerca risultati immediati, ma per chi desidera essere trasformato senza vedere come. E questo desiderio, spogliato da ogni immagine, diventa esso stesso fuoco di unione.

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