Come fare orazione secondo la Nube della Non-Conoscenza

Fare orazione secondo l’insegnamento della Nube della Non-Conoscenza significa entrare in un tipo di preghiera che non si fonda sull’intelletto, sulle immagini, né sul sentimento, ma su un atto puro, nudo, volontario, amoroso della volontà che si protende verso Dio nell’oscurità. Questo testo anonimo della fine del XIV secolo, scritto in medio inglese da un monaco probabilmente certosino, rappresenta una delle espressioni più profonde e radicali della mistica apofatica cristiana. L’autore insegna che Dio può essere amato, ma non conosciuto per via di concetti. E per questo invita il lettore a lasciare da parte ogni pensiero, ogni rappresentazione, e a spingere l’anima in alto con un desiderio nudo, coprendo tutto ciò che sa con una nube di non-conoscenza, e custodendo tutto ciò che è con una nube di oblio.

Questa orazione non è per il principiante che cerca consolazioni sensibili o comprensioni teologiche, ma per l’anima che ha compreso che Dio non può essere raggiunto con la mente, ma solo con l’amore. L’orazione della Nube non è un esercizio intellettuale, ma un atto totale dell’essere che si immerge nel silenzio e nel buio, sapendo che Dio è presente ma inaccessibile, vicino ma inconoscibile, amorevole ma oltre ogni misura. È un cammino che richiede perseveranza, semplicità, umiltà e un’attenzione spirituale stabile. Eppure, l’autore insiste: non bisogna essere colti o mistici per praticarla, ma solo desiderosi e fedeli. La via della nube è aperta a chiunque voglia amare Dio non con la testa, ma con il cuore.

Per cominciare, bisogna scegliere un tempo quotidiano, preferibilmente sempre lo stesso, e uno spazio silenzioso, stabile, sobrio. Sedersi in posizione composta, con la schiena eretta, il corpo rilassato ma vigile. Chiudere gli occhi, o tenerli fissi su un punto. Fare silenzio. L’autore consiglia di scegliere una parola breve e santa, come “Dio” o “Amore” o “Pace”, da ripetere nel cuore ogni volta che si sente la mente deviare. Questa parola non deve essere analizzata, né deve suscitare emozione. È solo un’àncora per restare presenti davanti a Dio nell’oscurità. L’obiettivo non è pensare a Dio, né sentirlo, ma stare con Lui oltre il pensiero.

Il centro della pratica è questo: ogni volta che un pensiero sorge, anche buono, anche spirituale, anche ispirato, lo si lascia andare. Lo si copre con la nube della non-conoscenza. Non si combatte, ma non si segue. Il pensiero viene, ma l’anima non lo accoglie. Torna al desiderio puro. Alla volontà che dice solo: “Io ti voglio, o Dio”. Tutto ciò che si sa di Dio, lo si abbandona. Tutto ciò che si è letto, visto, sentito, lo si lascia. Non perché sia falso, ma perché è inferiore a ciò che Dio è. In questa oscurità, si impara a stare senza capire. A desiderare senza afferrare. A amare senza vedere. L’anima non cerca di salire a Dio con la conoscenza, ma si lascia attirare da Lui con l’umiltà.

L’autore avverte che questa preghiera può sembrare sterile all’inizio. La mente si ribella. I pensieri invadono. Il corpo si agita. Ma è normale. Per questo si richiede pazienza. Non ci si deve aspettare di entrare subito nella nube. Ci si entra un momento, poi si esce, poi si rientra. Ogni atto di ritorno è prezioso. Non si tratta di ottenere uno stato interiore, ma di essere fedeli. E più si persevera, più si scopre che qualcosa cambia. Il cuore si fa più quieto. La mente più leggera. L’ego meno centrale. Non perché si senta qualcosa, ma perché si è lavorato nel profondo. In questo senso, la Nube è un’arte: l’arte di dimenticare tutto ciò che non è Dio per fare spazio a Dio stesso.

Il testo insiste che questa orazione deve essere semplice. Nessuna elaborazione, nessuna immaginazione, nessun ragionamento. Quando l’anima comincia a desiderare di più, le basta il suo desiderio. Tutto ciò che Dio è non può essere pensato, solo amato. E questo amore, se puro, se nudo, se privo di attese, è già unione. Non visibile, non percepita, ma reale. L’anima viene trasformata dalla presenza che non vede. Non sa come, ma accade. Dio opera nel buio. Per questo l’autore invita a non misurare i frutti, a non aspettarsi visioni, a non cercare segni. Solo restare lì. Alla porta del Mistero. Nella nube.

Nel tempo, se si persevera, questa orazione comincia a penetrare ogni momento della giornata. Anche fuori dal tempo stabilito, l’anima sente il desiderio di tornare al silenzio. Ogni volta che qualcosa la distrae, sente che si è allontanata da casa. E così ritorna. Non con parole, ma con l’intenzione. Non con concetti, ma con il cuore. Questa è la vera orazione continua. Non una recita, ma una dimora. Non un metodo, ma una comunione. In questo modo, la nube della non-conoscenza non è più un ostacolo, ma una porta. Una porta senza forma, senza chiave, ma sempre aperta.

Fare orazione secondo la Nube della Non-Conoscenza è, dunque, vivere una preghiera silenziosa, spoglia, priva di appoggi. È fidarsi di Dio al di là di ogni esperienza. È amare senza vedere, senza sapere, senza possedere. È stare con Lui come si sta con l’invisibile: con fede, con purezza, con gratuità. È accettare di non sapere, per essere conosciuti da Lui. È rinunciare alla luce della mente, per ricevere la luce del cuore. E questa luce, sebbene non brilli fuori, illumina tutto dentro.

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