Come praticare la desolazione secondo sant’Ignazio di Loyola

Nel cuore dell’esperienza spirituale descritta da sant’Ignazio di Loyola, la desolazione non è solo una condizione negativa da sopportare passivamente, ma una fase preziosa del cammino dell’anima che, se accolta e vissuta secondo un discernimento sapiente, può diventare scuola di verità, umiltà e fedeltà a Dio. Contrariamente all’istinto umano che tende a fuggire il buio, Ignazio insegna che la desolazione deve essere praticata, cioè vissuta attivamente, con intelligenza spirituale e disposizione profonda del cuore. Praticarla significa entrarci con consapevolezza, rimanerci senza ribellione, e uscirne nel tempo giusto, con la volontà rafforzata e la libertà interiore maturata.

Per comprendere pienamente come praticare la desolazione, è necessario anzitutto chiarire cosa intende Ignazio con questo termine. Nei suoi Esercizi Spirituali, egli definisce la desolazione come uno stato dell’anima in cui si sperimenta oscurità, agitazione, inquietudine, tristezza, mancanza di speranza e di amore spirituale, accompagnata da un senso di lontananza da Dio e da uno svuotamento interiore. Non si tratta semplicemente di malinconia o depressione, ma di una condizione spirituale profonda, in cui l’anima non percepisce più la luce, la forza o il gusto della preghiera, e si sente spinta a ritirarsi dal bene. È importante notare che Ignazio distingue questa condizione da altre esperienze psicologiche: la desolazione è una prova permessa da Dio per un fine spirituale, non una malattia da curare, né un errore da correggere con urgenza.

Etimologicamente, il termine “desolazione” deriva dal latino desolatio, composto da de- (“via, senza”) e solus (“solo”), e indicava originariamente uno stato di abbandono, solitudine, spoliazione. Ma nella prospettiva ignaziana, questo stato non è un fallimento: è una tappa necessaria nel processo di purificazione dell’amore, un’occasione per discernere se si segue Dio per ciò che dà o per ciò che è. Ignazio insegna che Dio permette la desolazione per tre motivi principali: per nostra negligenza spirituale, per provarci nella perseveranza, o per farci riconoscere che la consolazione è dono e non conquista. In tutti e tre i casi, la desolazione è uno specchio che mostra con chiarezza la qualità della nostra fede.

Praticare la desolazione, dunque, non significa subirla con passività o cercare di uscirne con ogni mezzo, ma attraversarla con vigilanza, lucidità e offerta. Quando ci si accorge di essere entrati in uno stato di desolazione, il primo atto interiore è il riconoscimento senza paura. Non bisogna nasconderla né negarla, ma chiamarla per nome. Ignazio invita ad osservarla con attenzione, senza lasciarsi travolgere. Notare quando è iniziata, quali pensieri la accompagnano, quali reazioni interiori suscita. Spesso si manifestano pensieri di scoraggiamento, tentazioni di abbandonare la preghiera, sfiducia in sé e in Dio, attrazione per vie più facili o apparenti consolazioni immediate. In questo momento, la mente può essere offuscata e il cuore paralizzato, ma proprio qui si gioca la pratica autentica della desolazione: non fare cambiamenti.

Ignazio è molto preciso: nei tempi di desolazione non si deve mai cambiare le decisioni prese nella consolazione. Questo è un punto fondamentale. Quando l’anima è nel buio, non deve seguire la voce che dice “abbandona”, “smetti di pregare”, “è inutile”, “sei solo”. Deve piuttosto ritornare con forza alla decisione presa nei giorni in cui sentiva la luce e la pace di Dio. Questa fedeltà è la chiave. Invece di cambiare rotta, Ignazio invita a intensificare tre cose fondamentali: la preghiera, la penitenza e la riflessione. In pratica, si deve pregare con più insistenza, anche se non si sente nulla; offrire qualche piccolo sacrificio, anche solo simbolico, per tenere sveglio il desiderio di Dio; e riflettere con umiltà su cosa il Signore può voler insegnare attraverso questo passaggio.

La preghiera durante la desolazione deve essere breve, umile, semplice, perseverante. Non è il momento delle grandi meditazioni, ma del grido essenziale: “Signore, abbi pietà”, “Non mi abbandonare”, “Sii la mia forza nella debolezza”. Pregare senza sentire nulla è l’atto più puro di amore gratuito. È in questo momento che l’anima mostra a Dio che lo ama non per ciò che prova, ma per ciò che Egli è. La penitenza non deve essere severa, ma deve esprimere un desiderio di resistere al torpore: alzarsi quando si vorrebbe restare a letto, offrire un gesto di servizio, mantenere la parola data. Anche un piccolo atto, se fatto con intenzione pura, tiene accesa la lampada nel buio. E la riflessione deve essere sobria: non si tratta di analizzare tutto, ma di ricordare che la consolazione tornerà, che la desolazione ha un tempo, e che Dio è più vicino di quanto sembri, anche se ora è nascosto.

La tentazione più forte durante la desolazione è quella di credere che tutto ciò che si era vissuto prima era illusorio. La consolazione passata sembra lontana, irreale. Ma proprio qui Ignazio insegna che la memoria è uno strumento spirituale: si deve tornare con la mente ai momenti in cui Dio ha parlato, ha dato luce, ha consolato. E ripetersi con forza: ciò che Dio ha detto nella luce è valido anche nell’oscurità. La pratica della desolazione è, in fondo, un atto di fede pura. Non fede nelle sensazioni, ma fede nella fedeltà di Dio.

Quando la desolazione inizia a ritirarsi, spesso non lo si nota subito. Ma qualcosa cambia: una parola della Scrittura tocca il cuore, una luce flebile si accende, una consolazione sottile si insinua. È il momento di ringraziare, di prendere nota, di custodire nel cuore quella grazia. Perché la prossima volta che la desolazione tornerà – e tornerà – l’anima avrà un punto fermo. Ignazio insegna che la desolazione non è una parentesi da evitare, ma una tappa da attraversare con sapienza, perché purifica l’intenzione, consolida la volontà, approfondisce la libertà.

La pratica della desolazione, quindi, non è solo sopportazione. È discernimento attivo, preghiera umile, fedeltà ferma, memoria viva e offerta generosa. È il modo in cui l’anima diventa adulta nella fede. Per questo Ignazio non ne ha paura: perché sa che, se vissuta bene, porta a una conoscenza più vera di sé, a un amore più puro di Dio, e a una libertà spirituale che nessuna prova potrà più spezzare.

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