Entrare nel silenzio orante non è una tecnica, né un atto di volontà isolato, ma un percorso di spoliazione progressiva che conduce l’anima a dimorare nella Presenza di Dio senza bisogno di parole, concetti o immagini. È un processo che unisce corpo, mente e spirito, e che si apprende con umiltà, gradualità e fedeltà. Il silenzio, in questo contesto, non è solo assenza di suoni, ma disposizione interiore dell’anima che cessa di agitarsi, di cercare, di comprendere, per lasciarsi abitare. È il silenzio che ascolta, che ama, che si consegna. Le grandi tradizioni mistiche cristiane, da Evagrio Pontico a Giovanni della Croce, da la Nube della Non-Conoscenza alla scuola carmelitana, hanno sempre considerato il silenzio non come una premessa, ma come la stessa forma della preghiera contemplativa.
Il termine “silenzio” deriva dal latino silentium, da silere, “tacere, essere quieto”. Ma nel linguaggio spirituale, il silenzio non si limita all’assenza di parole: indica lo stato in cui tutte le facoltà interiori si raccolgono e si orientano verso Dio, non per produrre qualcosa, ma per ricevere. La parola “orante”, dal latino orare, “pregare, parlare con rispetto”, è qui usata in senso trasformato: nel silenzio orante non si parla più, ma si sta. È una parola senza suono, un dialogo senza voce, un’intenzione che diventa presenza. Il silenzio orante non si possiede: si entra in esso come si entra in un luogo sacro, togliendosi i sandali del controllo e dell’attività per abitare la terra santa della gratuità.
Il primo esercizio, per entrare nel silenzio orante, è quello del corpo. Sedersi in un luogo quieto, sempre lo stesso se possibile, ogni giorno, allo stesso orario. Non importa la durata: all’inizio bastano dieci minuti, poi si potrà prolungare. Il corpo va composto con sobrietà: la schiena eretta ma non rigida, le mani posate, lo sguardo abbassato o chiuso. Il solo fatto di mettersi così alla presenza di Dio è già preghiera. Si fa un atto interiore di offerta: “Sono qui per Te”. Non si aspetta nulla. Non si vuole ottenere nulla. Solo stare. Questo esercizio, ripetuto ogni giorno, è già una prima forma di raccoglimento. Se si è fedeli, il corpo impara a farsi soglia.
Il secondo esercizio riguarda il respiro. Non si tratta di controllarlo, ma di prenderne coscienza. L’aria entra e esce: si lascia che accompagni la presenza. Ogni inspirazione è accoglienza, ogni espirazione è abbandono. Il respiro diventa luogo di incontro. In molte tradizioni monastiche, si accompagna il respiro con una parola breve e santa: “Gesù”, “Pace”, “Amore”. Si pronuncia interiormente, con calma, senza sforzo, come una goccia che cade nel cuore. Quando arrivano i pensieri – e arriveranno – non si combattono, ma non si seguono. Si riconoscono, si benedicono, e si lasciano passare. Si torna al respiro, alla parola, alla presenza. Questa è la soglia della preghiera silenziosa.
La terza tappa è il distacco dalle immagini. Quando la mente produce visioni, memorie, commenti, si lascia tutto nella nube. Non perché siano cattive, ma perché non sono Dio. La mente si svuota non con violenza, ma con dolcezza. Non si vuole più vedere, né capire, né sentire. Solo essere lì. Come chi ama e guarda in silenzio. Questa fase è difficile, perché ci si sente sterili. Ma è proprio lì che inizia il vero silenzio: quando non si ha nulla da dire e si sceglie di rimanere.
La quarta tappa è la resa. Si entra nel punto più semplice: l’intenzione pura. Si dice: “Tu sei, io sono qui”. E si tace. Non si guida più nulla. Non si fa più nulla. L’anima si abbandona. Se arriva un senso di pace, si ringrazia. Se arriva aridità, si ringrazia. Nulla cambia il centro: si è con Dio, e basta. Questo è il cuore del silenzio orante. Non è uno stato, ma una posizione interiore. Non è una sensazione, ma una realtà.
Con il tempo, questo silenzio penetra la vita. Anche fuori dalla preghiera, si sente il bisogno di restare raccolti. Le parole si fanno meno urgenti. I giudizi si sciolgono. L’ascolto cresce. Si comincia a vivere nel silenzio come in un fiume che scorre dentro. Si impara a portare il silenzio nei gesti, negli incontri, nelle fatiche. Non è isolamento, ma abitazione. Il silenzio diventa un modo di essere. E la preghiera non è più qualcosa che si fa, ma qualcosa che si è.
Entrare nel silenzio orante, allora, non è fuggire dal mondo, ma lasciarsi trasformare. Non è svuotare per annullarsi, ma svuotare per accogliere. È preparare la dimora, e poi stare, aspettare, adorare. Non si riesce da soli. È sempre Dio che conduce. Ma bisogna offrirgli lo spazio. E il silenzio è lo spazio più puro. È il linguaggio in cui Dio parla senza parole. E l’anima che tace, lo ascolta.
silenzio orante, preghiera del cuore, meditazione cristiana, mistica contemplativa, respiro spirituale, preghiera senza parole, evagrio pontico, nube della non-conoscenza, cammino interiore, esercizi spirituali, raccoglimento profondo, unione silenziosa, spiritualità del silenzio, riccardo, conte, riccardo conte, conte riccardo
Lascia un commento