Giovanni della Croce ha descritto come nessun altro l’intimo e doloroso cammino dell’anima verso l’unione trasformante con Dio. La sua esperienza mistica si fonda su una verità essenziale: per unirsi pienamente all’Amore, l’anima deve lasciarsi purificare da ogni ombra, da ogni attaccamento, da ogni forma di sé che non sia luce. Il processo non è lineare, né gradevole. È, anzi, una lenta spogliazione che passa per la via delle notti oscure, quelle esperienze in cui tutto ciò che prima sosteneva – emozione, pensiero, fervore – viene tolto, affinché resti solo la fede pura. Ma non è una notte senza senso: è un passaggio. Non è l’assenza di Dio, ma la sua presenza velata, troppo pura per essere sentita come prima. In quella notte Dio opera in silenzio, e lavora l’anima come si lavora il metallo nel fuoco.
La prima notte è quella dei sensi, dove l’anima si vede privata delle consolazioni sensibili della preghiera, della dolcezza dell’orazione, del piacere delle pratiche spirituali. Ciò che prima nutriva, ora sembra sterile. Ma è un’illusione. In verità, è Dio che comincia a prendere l’iniziativa. Non si tratta più di sentire, ma di credere, di perseverare nel buio. Questa notte non è castigo, ma amore che purifica. L’anima, se resta, comincia a desiderare Dio per ciò che Egli è, non per ciò che offre. È un amore più nudo, più libero. La seconda notte, più profonda, è quella dello spirito, dove anche le facoltà interiori vengono sospese: l’intelletto non comprende, la volontà si sente inerte, la memoria non consola. È la croce interiore dell’intimità, il deserto dello spirito. Ma proprio qui Dio agisce nel più segreto, trasformando l’anima nel suo essere.
L’unione trasformante che Giovanni descrive non è una fusione indistinta, ma una conformità perfetta alla volontà divina. L’anima, passata attraverso le sue notti, non solo ama Dio, ma ama come Dio. Non solo desidera la verità, ma diventa trasparenza. Tutto ciò che era “altro” è stato purificato. Rimane l’essere, nell’Amore. È la fine della separazione, la quiete piena, la pace che nessuna prova può distruggere. Ma non è il frutto di una tecnica, né di uno sforzo: è il dono che segue l’abbandono. Giovanni descrive questa unione con immagini nuziali, perché ciò che si compie è un matrimonio dello spirito, un legame eterno, fedele, silenzioso.
In tutto questo, il ruolo dell’orazione è essenziale. Non come ripetizione di formule, ma come orazione amorosa, cioè silenziosa, adorante, presente. Pregare, per Giovanni, è stare davanti a Dio con amore, anche senza parole, anche senza pensieri. L’anima, nella notte, non riesce più a meditare come prima, ma può restare. E questo restare, nudo e semplice, è la più alta forma di preghiera. È l’orazione del cuore che non chiede nulla, che non pretende nulla, che offre solo sé stesso. Quando tutto viene meno, se resta l’amore, resta Dio. Ed è in quel nulla apparente che si compie la vera trasformazione.
Giovanni della Croce insegna che l’anima che attraversa le notti non perde, ma guadagna. Perde il controllo, guadagna la libertà. Perde la luce propria, guadagna la luce vera. Perde le immagini, guadagna la realtà. La notte non è l’opposto della luce, ma il cammino verso la luce più pura, quella che non acceca ma trasfigura. L’unione trasformante, frutto di questo passaggio, è il compimento del desiderio profondo dell’anima: essere come Dio nella misura dell’amore. Non per possederlo, ma per appartenere. Non per elevarsi, ma per perdersi in Lui. E ritrovarsi, infine, come figlia nel Figlio, nell’eterno silenzio della gloria.
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