Nel cuore della via mistica islamica, in particolare nella tradizione sufi, esiste un concetto centrale e delicato: nafs (نَفْس). Termine polisemico, nafs indica l’anima individuale, ma anche l’ego, il sé inferiore, quella parte di noi che resiste alla luce, che desidera dominare, che si aggrappa all’illusione della separazione. Il cammino spirituale, nella sua essenza più profonda, è un lavoro paziente, faticoso e amorevole sul nafs — non per distruggerlo, ma per purificarlo, addomesticarlo, riconsegnarlo alla sua origine luminosa.
Il termine nafs deriva dalla radice araba n-f-s, che significa “respiro”, ma anche “sé, identità, desiderio”. C’è in questo una tensione originaria: il respiro è vita, ma può anche diventare affanno. L’identità è necessaria, ma può trasformarsi in prigione. Il lavoro sul nafs consiste proprio nel distinguere ciò che è vivo da ciò che è reattivo, ciò che unisce da ciò che separa. Addomesticare l’ego non significa negarlo, ma educarlo. Non si tratta di reprimere, ma di trasformare.
I maestri sufi hanno identificato vari stadi del nafs, sette livelli che vanno dal più oscuro al più trasparente. Si parte dal nafs ammārah — l’anima che comanda il male, impulsiva, egoista, dominata dalla brama — fino ad arrivare al nafs mutma’innah, l’anima pacificata, che riposa nella volontà divina e conosce la vera libertà. Questo percorso non è lineare, né rapido: è una spirale. Si sale e si ricade, si dimentica e si ricorda, ma ogni passo fatto con sincerità è già redenzione.
Il lavoro sul nafs è una forma di jihad, la jihad al-akbar, la “grande lotta” interiore. Non si combatte contro un nemico esterno, ma contro le proprie illusioni. L’orgoglio, l’avidità, l’invidia, la rabbia, la pigrizia spirituale: tutte queste sono manifestazioni del nafs che cerca di difendersi. Ma chi osserva con attenzione e tenerezza può iniziare a sciogliere i nodi. Il maestro non giudica, ma accompagna. E l’allievo, come un cavallo selvaggio che lentamente impara a fidarsi, comincia a cambiare passo.
Nel sufismo, l’addestramento del nafs avviene attraverso pratiche concrete: il silenzio, la veglia, il digiuno, il servizio, la meditazione del cuore (dhikr), la compagnia dei giusti. Ma più ancora che le tecniche, è l’intenzione che conta: niyyah, la purezza dell’intento. Senza intenzione, ogni pratica diventa vuota. Con essa, anche un gesto semplice può trasformarsi in via di luce. Addomesticare l’ego significa ricordare, costantemente, che non si è al centro. Che la vera grandezza è nell’umiltà, e la vera forza nella resa.
Etimologicamente, “addomesticare” deriva dal latino domus, “casa”. Addomesticare il nafs significa dunque riportarlo a casa, integrarlo in un ordine più grande, riconnetterlo alla sua sorgente. Il nafs, da solo, è frammento: nella luce divina, torna intero. L’ego separa, ma la Verità unisce. L’ego grida, ma il cuore sussurra. E quando il nafs smette di lottare, allora il cuore può cantare.
La poesia mistica ha espresso tutto questo con immagini potenti. Rūmī parla del nafs come di un ladro che vive dentro la casa del cuore, e che va sorpreso con amore. Al-Ghazālī lo definisce “un bambino ribelle che vuole solo latte e sonno”, e che va educato con dolcezza e rigore. Il cammino non è annientamento, ma equilibrio. Non è cancellare il sé, ma trasfigurarlo.
Il lavoro del nafs è dunque il vero inizio della libertà. Non quella che si ottiene facendo tutto ciò che si vuole, ma quella che nasce nel momento in cui si smette di essere schiavi dei propri impulsi. È una libertà verticale, interiore, luminosa. È la libertà di essere veramente sé stessi, non come maschera, ma come scintilla.
Chi affronta questo lavoro sa che non finisce mai. Perché ogni giorno è nuovo, e il nafs è sempre all’opera. Ma ogni giorno è anche possibilità, invito, promessa. E nel cammino che va dal sé al Sé, dal frammento all’Uno, ogni passo è già ritorno.
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