Pregare senza cessare non è un ideale irraggiungibile, ma un cammino concreto, rigoroso e trasformante, che Giovanni Cassiano ha descritto con estrema precisione nei suoi scritti, fondando la via occidentale della preghiera continua. Cassiano, monaco vissuto tra il IV e il V secolo, fu uno dei grandi ponte tra la spiritualità del deserto egiziano e l’Occidente latino. Nei suoi Colloqui, egli trasmise l’insegnamento dei Padri del Deserto in una forma ordinata, sistematica, capace di guidare il monaco e il laico nella via del cuore che non smette mai di rivolgersi a Dio. Per Cassiano, la preghiera continua non è ripetizione esterna, ma uno stato interiore che si costruisce attraverso l’esercizio, la purificazione dei pensieri e l’unificazione dell’anima nella quiete amorosa.
Etimologicamente, il termine “preghiera” viene dal latino precari, che significa “chiedere, implorare”, ma nella tradizione monastica assume un significato più vasto: stare davanti a Dio con tutto l’essere, come un mendicante fedele che non cerca solo doni, ma la Presenza stessa. L’aggettivo “continua” deriva dal latino continuus, da con- (“insieme”) e tenere (“tenere, mantenere”), e indica ciò che non si interrompe, ciò che è tenuto saldamente. La preghiera continua, dunque, è un atto dell’anima che si mantiene in Dio senza distrarsi, un orientamento stabile, una memoria affettiva costante che attraversa ogni gesto della vita.
Cassiano propone un metodo preciso, fondato sull’insegnamento di abba Isaac, secondo cui l’anima, per arrivare alla preghiera continua, deve essere purificata dai pensieri inutili e nutrita da una formula brevissima, da ripetere instancabilmente, fino a che diventi respiro dell’anima. La formula che Cassiano propone è quella del Salmo 69, versetto 2, nella versione latina: “Deus, in adjutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina” – “Dio, vieni in mio aiuto; Signore, vieni presto a soccorrermi”. Questa preghiera non è scelta a caso: è breve, potente, biblica, e contiene una supplica essenziale. In essa si unisce il riconoscimento della propria debolezza all’invocazione del soccorso divino. Cassiano insiste che questa frase deve essere ripetuta in ogni momento, in ogni attività, dentro e fuori l’orazione formale.
La pratica concreta comincia con la decisione di assumere questa preghiera come parola del cuore. Ogni giorno, in un tempo scelto per l’orazione, ci si siede in silenzio, si raccoglie il corpo, si invoca lo Spirito, e si inizia a ripetere lentamente e interiormente: “Deus, in adjutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina”. Il ritmo deve essere calmo, costante, senza fretta, come un respiro. Ogni volta che la mente si distrae, si torna alla frase. Non si deve cercare emozione, né variazione. La potenza sta nella stabilità. Con il tempo, la mente si abitua, la memoria si impregna, e il cuore inizia a recitare anche senza che la lingua lo faccia. La preghiera si trasferisce nel profondo. Diventa eco costante. Cassiano afferma che, così facendo, si giunge a pregare anche durante il sonno.
Ma questo non accade per magia. Richiede fedeltà quotidiana, lotta contro i pensieri vaganti, vigilanza costante. L’anima deve imparare a discernere i loghismoi, i pensieri che la distraggono o la seducono, e a riportarsi con dolce fermezza alla preghiera. Cassiano raccomanda anche che questa invocazione accompagni ogni gesto della giornata: nel lavoro manuale, durante i pasti, nelle relazioni, nei momenti di prova, nel silenzio della notte. Non per moltiplicare le parole, ma per abitare ogni momento con la presenza di Dio. La preghiera diventa così uno sfondo costante, un tessuto spirituale che sostiene tutta la vita. L’anima si scopre protetta, abitata, accompagnata.
Con il tempo, questa preghiera non è più percepita come uno sforzo, ma come una sorgente. Porta pace, purifica il cuore, illumina le decisioni, protegge dalle passioni. Cassiano dice che, nella preghiera continua, l’anima viene unificata, non più dispersa tra mille pensieri, ma raccolta in un solo desiderio: Dio. E proprio questa semplicità diventa la porta della contemplazione. L’orazione, da vocale e interiore, si fa spirituale: silenziosa, senza formule, ma abitata da Dio stesso. Non si prega più, ma si è diventati preghiera.
La preghiera continua secondo Cassiano non è una pratica per specialisti, ma una via per tutti. È possibile in ogni stato di vita, perché non richiede isolamento, ma fedeltà. È una scuola di presenza, una forma di umiltà, un esercizio di amore povero e insistente. E chi la percorre, giorno dopo giorno, scopre che davvero Dio non è lontano, ma vicinissimo, nel respiro stesso, nella fatica, nel pensiero che torna, nella pace che sorge senza rumore. Allora la vita diventa orazione. E la preghiera non finisce.
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