L’orazione affettiva, così come è vissuta e insegnata dai grandi maestri carmelitani, è una forma di preghiera semplice, profonda, tutta interiore, in cui l’anima si rivolge a Dio non per meditare concetti o sviluppare riflessioni, ma per esprimere l’amore, per dimorare nell’amore, per rispondere all’Amore. È un orare che nasce dal cuore, che sgorga da un’intimità già in atto, che non cerca parole elaborate ma si accontenta di sospiri, sguardi interiori, brevi esclamazioni, silenzi ardenti. Santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Gesù Bambino: tutti, pur nella diversità delle loro esperienze, hanno indicato questo tipo di orazione come tappa essenziale della vita spirituale, segno che l’anima non parla più di Dio, ma con Dio.
Il termine “orazione” viene dal latino oratio, che deriva da orare, cioè “pregare, parlare con rispetto”. Ma nel Carmelo, orare non è tanto parlare quanto amare in silenzio. L’aggettivo “affettiva” rimanda al latino affectus, “sentimento, disposizione del cuore”, ma nei mistici carmelitani non indica semplicemente un’emozione passeggera: l’affetto è qui l’inclinazione profonda della volontà verso Dio, il desiderio che si fa presenza, la volontà che si fa tenerezza. È un affetto spirituale, non sensibile: può accompagnarsi a consolazioni, ma non ne dipende. Si può fare orazione affettiva anche nell’aridità, se il cuore continua a dire a Dio “Ti amo”, anche senza sentirlo.
Nel metodo carmelitano, l’orazione affettiva si colloca generalmente dopo la meditazione discorsiva, quando l’anima ha imparato a raccogliersi, a considerare la verità divina, e comincia a sentire in sé un moto spontaneo verso Dio. Santa Teresa insegna che l’orazione mentale ha molte stanze, ma che l’importante non è fare molto ragionamento, bensì amare molto. L’orazione affettiva nasce quando, leggendo un brano evangelico o pensando a una verità spirituale, l’anima sente il bisogno di fermarsi e amare, di non continuare a pensare, ma di restare, e lasciarsi toccare. Anche un solo pensiero, come “Tu mi ami”, può bastare a sostenere un’ora intera di preghiera, se è vissuto in profondità, se diventa colloquio, abbandono, offerta.
San Giovanni della Croce, da parte sua, avverte che l’anima, quando è attratta dall’orazione affettiva, deve lasciare i metodi precedenti, perché insistere nel ragionamento quando Dio sta attirando con amore puro sarebbe un ostacolo. L’orazione affettiva è già inizio di contemplazione. È come un bambino che smette di parlare e guarda la madre, o che dice solo “mammina” e si stringe a lei. Così l’anima, nell’orazione affettiva, ripete solo: “Gesù”, “Ti amo”, “Prendimi”, “Eccomi”. Le parole sono brevi, ma vere. E spesso, col tempo, cessano. Rimane solo il cuore, aperto, offerto, arso.
Teresa di Gesù Bambino ne ha fatto l’unico stile del suo cammino. Ella non aveva forza per le grandi meditazioni, e diceva che la preghiera per lei è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore, nel dolore come nella gioia. È la forma più pura dell’orazione affettiva: povera, breve, continua, interiore. Non ci si preoccupa di sentire molto, ma di essere davanti a Dio con sincerità. La ripetizione degli atti di amore, anche solo interiori, diventa la sostanza della preghiera. “Mio Dio, ti amo”, detto anche cento volte nel silenzio, se viene dal cuore, vale più di ogni discorso.
Per praticare l’orazione affettiva nella forma carmelitana, si comincia come per una meditazione: si entra in raccoglimento, si legge un passo breve della Scrittura, si riflette qualche minuto. Ma poi si lascia il pensiero, e si ascolta il cuore. Quando una frase tocca, quando un’immagine risuona, quando un pensiero suscita tenerezza o contrizione, ci si ferma. Si parla a Dio con parole semplici, anche interiori. Non si analizza. Si sta. Si dice poco. E se non si sa cosa dire, si guarda. Si respira Dio. Lo si ama senza sapere come. Ogni volta che si viene distratti, si ritorna. Non con sforzo, ma con dolcezza. L’orazione affettiva non ha bisogno di molte idee, ma di una sola direzione: il cuore rivolto a Dio.
Se praticata con fedeltà, anche dieci o quindici minuti al giorno, questa orazione trasforma. Si impara a pregare tutto il giorno. I piccoli atti interiori diventano frequenti. Il cuore si intenerisce. L’umiltà cresce. L’unione si approfondisce. Non si cerca più emozione, ma verità. Non si cerca più sé stessi, ma Dio. L’orazione affettiva è fuoco che non brucia subito, ma scalda a lungo. È il linguaggio degli amici, che non hanno bisogno di parlare molto per capirsi. È l’inizio della contemplazione vera, in cui Dio prende l’iniziativa e l’anima si lascia amare.
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