Come entrare nel silenzio della preghiera contemplativa

Entrare nel silenzio della preghiera contemplativa significa iniziare un cammino in cui l’anima si spoglia di ogni parola superflua, si ritira dalle immagini mentali, si distacca dai sensi, per orientarsi interamente verso Dio nella nudità dell’essere. È un processo lento, profondo, progressivo, in cui si passa dalla preghiera che parla alla preghiera che ascolta, e da questa alla preghiera che tace. La contemplazione non è uno stato riservato a pochi mistici, ma una vocazione di ogni battezzato. È l’atteggiamento dell’anima che si lascia guardare da Dio nel centro più vero di sé. Non si tratta di raggiungere un’esperienza particolare, ma di permettere alla grazia di Dio di operare nel silenzio, dove nulla ostacola la Sua presenza.

Etimologicamente, il termine “contemplazione” deriva dal latino contemplatio, da templum, che in origine indicava lo spazio sacro ritagliato nel cielo dagli àuguri per osservare i segni divini. Contemplare, dunque, è entrare in uno spazio separato, sacro, vuoto, dove si guarda l’invisibile. Il silenzio, in questo contesto, non è solo assenza di suono, ma spazio interiore liberato. Il verbo “tacere” ha radice nel latino tacere, legato alla quiete dell’anima, ma anche alla taceo della Scrittura, dove Dio parla nel vento leggero. Nella tradizione cristiana, il silenzio è la soglia della visione.

Per iniziare la preghiera contemplativa, occorre predisporre innanzitutto il corpo e l’ambiente. Si sceglie un luogo semplice, privo di distrazioni, dove la luce sia dolce e i rumori esterni attutiti. Può essere una stanza con un crocifisso, un’immagine della Vergine, una candela accesa. Si assume una posizione comoda ma dignitosa: seduti, con la schiena diritta, i piedi poggiati, le mani rilassate in grembo o unite. Si chiudono gli occhi. Si prende contatto con il respiro. Non per controllarlo, ma per lasciarlo diventare cosciente. Ogni respiro è un ritorno. Ogni espirazione è un’offerta. Il corpo si fa presenza.

Inizia poi il raccoglimento del cuore. Si può pronunciare interiormente una breve preghiera: Signore, eccomi. Ti attendo. Mostrati. Oppure si può ripetere una parola semplice, come Gesù, o Abbà, o Amore, lasciandola scendere lentamente nel cuore, come goccia che scava. Se la mente si distrae, si ritorna dolcemente alla parola. Se i pensieri si agitano, non si respingono, ma si osservano passare, come nuvole in cielo. La preghiera contemplativa è come il fondo del mare: in superficie tutto si muove, ma in profondità tutto è quiete. Bisogna scendere. Non velocemente, ma fedelmente.

Il tempo da dedicare all’inizio può essere breve: dieci, quindici minuti. Ma ciò che conta è la regolarità. Ogni giorno, alla stessa ora se possibile, lo stesso spazio, la stessa fedeltà. Con il tempo, l’anima entra più facilmente nel silenzio. E quel silenzio diventa casa. Non sempre si sente qualcosa. Spesso il silenzio è arido, duro, pieno di assenza. Ma è proprio lì che Dio lavora. Come il sole che matura i frutti senza fare rumore. Come il lievito che fermenta la pasta nascosto. L’essenziale è restare. Non andarsene. Non riempire. Restare davanti a Dio con il cuore nudo.

Nella tradizione carmelitana, Teresa d’Avila chiama questa forma di preghiera “orazione di quiete” e poi “orazione di unione”. Giovanni della Croce parla della “notte silenziosa” dove l’anima, privata di ogni gusto, entra nel puro abbandono. Anche gli antichi Padri del deserto cercavano il silenzio come unica via per vedere Dio. Evagrio Pontico scriveva che “il vero orante è colui che dice poche parole o nessuna”. Nella nube della non-conoscenza, autore anonimo del XIV secolo, si afferma che solo quando l’intelletto si arresta e l’amore puro prende il suo posto, inizia la contemplazione vera.

La preghiera contemplativa non è un’emozione, ma una presenza. Non è un’esperienza da raccontare, ma una trasformazione da accogliere. Dopo il tempo del silenzio, si conclude con una breve preghiera di ringraziamento, si riaprono gli occhi, si riprende il giorno. Ma qualcosa è cambiato. La coscienza è più attenta. Il cuore è più vigile. La realtà appare più trasparente. È il frutto del silenzio.

Entrare nel silenzio della preghiera contemplativa è come varcare una soglia: si lascia fuori il rumore, si entra in un tempio. E nel tempio, non sempre si sente, ma sempre si è visti.

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