Riconoscere la grazia dell’orazione infusa significa imparare a distinguere, con umiltà e attenzione spirituale, quando l’orazione non nasce più solo dall’iniziativa dell’anima, ma è suscitata, guidata e mantenuta da Dio stesso. È una tappa delicata e trasformante del cammino mistico, descritta con precisione e profondità dai grandi maestri del Carmelo – in particolare santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce – ma presente anche nella tradizione benedettina, certosina e orientale. Non si tratta di un privilegio per pochi, ma di un dono che Dio può concedere a ogni anima disponibile e purificata, secondo i suoi tempi e la sua sapienza.
Etimologicamente, “infusa” viene dal latino infundere, “versare dentro”. L’orazione infusa è quindi una preghiera versata nell’anima da Dio, senza che l’uomo la produca con sforzo. È Dio che prega nell’anima. L’intelletto tace, la volontà riposa, l’affetto non si agita, ma tutto l’essere viene attratto verso l’alto in modo silenzioso, amoroso e profondo, senza immagini, senza discorsi, senza attività volontaria. L’anima, nella sua parte più intima, è consapevole di essere in presenza di Qualcuno, anche se non sa spiegare né come né perché.
Per riconoscere la grazia dell’orazione infusa, bisogna conoscere bene ciò che non è. Non è frutto di tecniche, di concentrazione o di esercizi mentali. Non è emozione, commozione, entusiasmo o suggestione. Può accompagnarsi a pace e dolcezza, ma può anche essere arida, nuda, silenziosa. L’anima non sente nulla di straordinario, ma sente di essere attratta, senza volerlo, in un silenzio profondo. Non vuole distrarsi, ma non per decisione: è come tenuta dolcemente, come calamitata, come “raccolta” da una mano invisibile.
Il primo segno autentico dell’orazione infusa è il raccoglimento passivo: la mente non riesce più a pensare a nulla, le immagini si spengono da sole, le parole interiori si affievoliscono, e la volontà rimane dolcemente fissa su Dio, senza sapere come ci sia arrivata. L’anima non può né vuole fare altro, e se è disturbata prova come un piccolo dolore. Non c’è tensione, ma quiete. Non c’è desiderio di cose spirituali, ma di Dio stesso, nella sua realtà viva e invisibile.
Il secondo segno è la pace profonda, che resta anche dopo l’orazione. Non è una pace sensibile, ma una stabilità nuova, una libertà interiore che cresce. Le passioni perdono forza, i giudizi si fanno più miti, il cuore più silenzioso. L’anima non cerca segni, non cerca consolazioni, non vuole spiegare. Sente che Dio è. Basta. Questa pace può convivere con dolori, prove, oscurità. Ma dentro, nel fondo, c’è una luce che non si spegne, una certezza che non viene dalla mente.
Il terzo segno è l’umiltà profonda e la crescita dell’amore gratuito. Chi riceve l’orazione infusa non se ne vanta, non se ne appropria, non si sente “più avanti”. Anzi, si sente più piccolo, più peccatore, più dipendente. Cessa di giudicare gli altri. Non ha più desiderio di apparire. L’unica cosa che desidera è servire, amare, rimanere nascosto. L’orazione infusa, se è vera, porta sempre all’amore concreto, alla carità paziente, all’obbedienza silenziosa. L’unione con Dio non isola, ma apre.
Ci sono anche segnali di discernimento per evitare l’inganno. Quando l’anima cerca il “sentire” più del contenuto, quando prova impazienza nel non “provare”, quando coltiva segretamente la compiacenza spirituale, allora non si tratta di orazione infusa, ma di illusione o auto-compiacimento. I veri mistici fuggivano da ogni auto-esaltazione. Per questo è sempre necessaria la direzione spirituale, perché ciò che è donato da Dio sia custodito, non deformato.
Per ricevere questa grazia, non serve forzare nulla, ma vivere con semplicità, fedeltà, raccoglimento, umiltà. Il terreno fertile è una preghiera quotidiana regolare, una vita sobria, una coscienza vigilante, e un cuore libero da se stesso. L’orazione infusa non viene quando si vuole. Viene quando Dio vuole trovare spazio. E quando viene, non si può né trattenere né spiegare. Solo ricevere, ringraziare, e lasciarsi trasformare.
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