Vivere una giornata in clausura spirituale significa separarsi volontariamente dal frastuono del mondo per custodire un’interiorità silenziosa, protetta, raccolta in Dio. È un atto libero e profondo, non legato a muri o griglie monastiche, ma a una decisione dell’anima: restare dentro, abitare lo spazio interiore, offrire il tempo, la mente e il cuore come cella segreta dove Dio può parlare. Non si tratta di imitare i monaci nella forma esteriore, ma di entrare, anche solo per ventiquattro ore, nel loro spirito: obbedienza al silenzio, fedeltà al ritmo orante, attenzione al presente, rinuncia alla dispersione. È una forma di ascesi nascosta, accessibile a tutti, che riprende il senso originario della clausura: chiusura al mondo non per disprezzo, ma per amore.
Etimologicamente, la parola “clausura” deriva dal latino clausura, da claudere, “chiudere”. Indica un recinto, una soglia, una barriera che protegge uno spazio consacrato. Ma nella tradizione spirituale, clausura non è solo un luogo fisico: è una condizione dell’anima. È chiudere la porta del cuore per entrare nel “segreto” dove, come dice Gesù, il Padre vede (Matteo 6,6). È una scelta di interiorità. I Padri del deserto, i monaci benedettini, le carmelitane scalze hanno vissuto questa clausura come spazio di libertà, di offerta, di unione. Anche un laico, anche una persona immersa nella vita quotidiana, può vivere una giornata in clausura spirituale: non occorre fuggire, occorre raccogliersi.
Per vivere una giornata così, si inizia con un atto di intenzione interiore. Al mattino presto, nel silenzio, si pronuncia un’offerta semplice: “O Signore, oggi voglio abitare con Te. Chiudo le porte del mio cuore al mondo e le apro solo a Te.” Questo atto basta a consacrare il tempo. Si sceglie poi un giorno in cui sia possibile ridurre al minimo i contatti esterni, le attività superflue, l’uso dei dispositivi. Si informa, se necessario, chi vive con noi. Si prepara uno spazio nella casa: un crocifisso, una Bibbia, una candela, un’immagine sacra. Anche una stanza semplice può diventare cella. Anche un angolo può farsi clausura.
La giornata comincia con un tempo di orazione silenziosa, di almeno venti o trenta minuti. Si siede, si chiudono gli occhi, si respira, si resta. Non si dice molto. Si ama. Dopo l’orazione, si può leggere lentamente un brano del Vangelo o un testo dei santi, come Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Isacco di Ninive. La lettura non deve essere lunga: basta una frase che accompagni il giorno. Poi si entra nel silenzio. Non solo esteriore, ma anche interiore. Non si commenta, non si analizza. Si lascia che le parole penetrino. Si lavora in silenzio. Si cammina in silenzio. Si mangia in silenzio. Ogni cosa viene fatta con lentezza, attenzione, mitezza. Non si corre. Non si cerca. Si riceve.
Nella clausura spirituale, si evitano distrazioni inutili: telefono spento, internet chiuso, nessun messaggio, nessuna musica, nessun intrattenimento. Si entra nel vuoto per lasciare spazio. Anche le attività ordinarie, come cucinare, lavare, riordinare, si trasformano in liturgia: si offrono. Se durante la giornata emerge la fatica, la noia, l’irrequietezza, non si combattono: si offrono anche quelle. Si resta. Si ritorna al cuore.
A metà giornata si può recitare l’Ora Sesta, oppure un semplice Padre Nostro, come interruzione orante. Poi si riprende il silenzio. Si custodisce la mente. Ogni pensiero si lascia scorrere senza seguirlo. Il cuore torna alla Presenza. La clausura spirituale non è isolamento, ma densità. Ogni gesto, ogni istante è pieno. Anche il vuoto è pieno.
Nel pomeriggio si può fare una seconda orazione: sedersi, tacere, guardare interiormente. Si può contemplare il crocifisso. Non si cerca nulla, non si pretende nulla. Si sta. “Lo guardo e lui mi guarda” diceva il contadino di Ars davanti al tabernacolo. Questo è il cuore della clausura: la reciproca presenza silenziosa. Poi si può scrivere una frase, un’eco, una preghiera. Non un diario, ma una traccia.
Alla sera, prima di dormire, si fa una breve preghiera di ringraziamento. Si rilegge il giorno con amore. Si chiede perdono per le dispersioni, e si offre ogni cosa. Il giorno si chiude nella pace. Si spegne la luce come si chiude una porta: Dio resta dentro.
Una giornata in clausura spirituale lascia un segno. Non subito, non visibile. Ma nel tempo, il cuore è più saldo, più vuoto, più vivo. Si impara a stare. A tacere. A pregare senza parole. E da quel silenzio nasce una nuova intimità con Dio. Perché la clausura vera è una sola cosa: fare spazio.
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