Nel cuore della spiritualità di Sant’Ignazio di Loyola, l’indifferenza spirituale è una disposizione interiore profondamente attiva e consapevole, non apatia o distacco emotivo, ma libertà totale del cuore davanti a tutte le cose create, in vista di un solo fine: amare e servire Dio nella verità. Per Ignazio, non si tratta di non sentire, di non desiderare, di non scegliere. Al contrario, si tratta di desiderare e scegliere solo ciò che conduce più pienamente alla volontà di Dio, senza lasciarsi trattenere da attaccamenti, preferenze o paure. L’indifferenza è quindi il fondamento del discernimento vero, la condizione perché ogni scelta sia libera e luminosa.
Etimologicamente, il termine “indifferenza” deriva dal latino indifferentia, che significa “assenza di preferenza”, ma nel pensiero ignaziano assume un significato più alto e più dinamico. Non è l’assenza di sentimento, ma la disponibilità radicale a volere ciò che Dio vuole, fosse anche l’opposto di ciò che si era desiderato umanamente. Ignazio, negli Esercizi Spirituali, lo esprime in una formula densa e decisiva: «È necessario renderci indifferenti a tutte le cose create, in tutto ciò che è lasciato alla libertà del nostro arbitrio e non gli è proibito; in modo tale che, da parte nostra, non vogliamo più salute che malattia, più ricchezza che povertà, più onore che disonore, più vita lunga che breve, e così in tutto il resto; desiderando e scegliendo solamente ciò che più ci conduce al fine per cui siamo creati.»
Questa indifferenza non è rifiuto del mondo, ma ricollocazione delle cose al loro giusto posto. Tutto può essere buono, tutto può essere mezzo, nulla è assoluto. Le relazioni, le esperienze, le posizioni sociali, la salute, la vita stessa: tutto è secondario rispetto al fine ultimo, che è l’unione con Dio e la fedeltà alla sua volontà. L’indifferenza è dunque una forma di povertà interiore, di spogliazione volontaria di ogni possesso dell’anima. È dire con sincerità: “Signore, ciò che vuoi, quando vuoi, come vuoi.” E avere il cuore pronto a seguire.
Ma l’indifferenza ignaziana non è passiva. Richiede vigilanza, esercizio, preghiera. Va coltivata nel concreto, nei dettagli quotidiani. È il frutto di un’anima che, facendo l’esame particolare, riconosce ogni giorno dove si attacca, dove resiste, dove si chiude. È un cammino, non una conquista immediata. E non si tratta di diventare insensibili, ma di diventare liberi. Liberi anche dai propri desideri, quando questi non conducono al bene maggiore.
L’indifferenza spirituale è anche condizione della vera gioia. Perché solo chi non è prigioniero delle cose può gustare la loro bellezza senza paura di perderle. Solo chi non vive in funzione del successo o della salute può abitare la sofferenza senza disperazione. Solo chi ha consegnato tutto a Dio può ricevere tutto con gratitudine. Ignazio stesso, negli anni della sua vita attiva e contemplativa, visse questa indifferenza come forza. Fondò opere, consigliò re, viaggiò, pregò, ma sempre con il cuore pronto a lasciare tutto, se Dio lo avesse chiesto.
L’indifferenza, in definitiva, è la condizione dell’amore puro. Un amore che non cerca il proprio tornaconto, ma il bene dell’altro. Un amore che sa attendere, che sa perdere, che sa cambiare strada. L’anima indifferente non è sterile: è fertile di disponibilità. È povera di sé, per essere ricca di Dio.
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