Nel cammino spirituale autentico, il corpo non è un ostacolo ma un alleato. L’anima non prega da sola: prega nell’uomo intero. La tradizione cristiana, fin dalle sue origini, ha sempre coinvolto il corpo nell’atto orante, non come elemento accessorio, ma come luogo in cui l’orazione si radica e si esprime. San Paolo stesso afferma che il corpo è tempio dello Spirito Santo, e i Padri del deserto non iniziarono mai la preghiera senza assumere una postura che aiutasse il raccoglimento. Nel Carmelo, come in molte esperienze mistiche, si comprende che la preghiera avviene nel silenzio dell’anima, ma si serve del corpo per restare presente, stabile, disponibile. Postura, respiro e raccoglimento fisico sono dunque strumenti concreti, semplici, reali per facilitare l’unione con Dio.
Etimologicamente, la parola “postura” deriva dal latino positura, da ponere, cioè “mettere, collocare”. Indica quindi non solo la posizione fisica, ma l’atteggiamento del corpo nell’essere collocato davanti a qualcosa. Pregare con il corpo significa collocarsi davanti a Dio in modo reale, visibile, coerente. Il respiro, dal latino spiritus, “soffio, alito”, ha nella sua radice una profonda connessione con il concetto stesso di spirito. Respirare nella preghiera non è solo funzione fisiologica, ma esercizio di presenza, ritorno al centro. E il raccoglimento, dal latino re-colligere, “riunire, raccogliere insieme”, è l’atto con cui tutte le dimensioni dell’uomo – corpo, mente, cuore – si orientano verso un punto unico: Dio.
Quando si entra in preghiera, la prima cosa da fare è fermarsi. Non solo interiormente, ma fisicamente. Scegliere una posizione stabile, comoda ma non passiva. Sedersi su una sedia con la schiena dritta ma non rigida, i piedi ben poggiati al suolo, le mani rilassate sulle gambe o unite in grembo. Oppure inginocchiarsi su un inginocchiatoio o su un tappeto, con il busto eretto e le mani raccolte. Chi preferisce può anche sedersi a terra in posizione composta, come accade in alcune antiche tradizioni monastiche. L’importante non è lo stile, ma l’intenzionalità: che il corpo dica, in silenzio, io sono qui per Dio. Questo primo atto di postura è già preghiera. È già offerta.
Il passo successivo è prendere contatto con il respiro. Non forzarlo, non modificarlo, ma ascoltarlo. Sentire l’aria che entra e che esce. Lasciare che il ritmo diventi regolare, naturale. Il respiro è come una soglia tra il visibile e l’invisibile. In molte esperienze di orazione profonda, si scopre che il respiro si calma da sé, come risposta alla presenza. Ogni ispirazione può diventare accoglienza, ogni espirazione offerta. Alcuni santi, nei momenti di preghiera silenziosa, hanno testimoniato che il respiro diventava lento, sottile, quasi impercettibile, come se il corpo stesso entrasse in adorazione. Senza tecniche, senza controllo, ma per amore.
Il raccoglimento fisico è ciò che avviene quando il corpo e il respiro non ostacolano più l’anima, ma l’accompagnano. Le tensioni si allentano, i movimenti inutili cessano, lo sguardo si abbassa o si chiude, le mani non cercano più cose da fare. Tutto si volge verso l’interno. Il raccoglimento non è rigidità, non è chiusura, ma è concentrazione amorosa. Santa Teresa d’Avila diceva che raccogliersi è “rientrare in se stessi, perché lì abita la verità”. E Giovanni della Croce spiegava che il silenzio del corpo aiuta l’anima a percepire la presenza sottile dello Sposo.
È importante anche accettare che il corpo, a volte, non obbedisce subito. I pensieri si agitano, il respiro è corto, le gambe si muovono. Non si tratta di reprimere, ma di offrire. Ogni fastidio può diventare materia di offerta: Signore, ti offro questo corpo inquieto, perché tu venga ad abitarlo. Con il tempo, il corpo impara. Si educa con la fedeltà. Non con lo sforzo, ma con la mitezza. E più il corpo si dispone, più l’anima si raccoglie.
Anche le prostrazioni, gli inchini, il segno della croce sono espressioni reali della preghiera del corpo. Non sono gesti automatici, ma atti profondi. Quando si fa il segno della croce lentamente, coscientemente, il corpo confessa la fede. Quando ci si inginocchia, si dice con le ginocchia ciò che il cuore non riesce a dire con le parole. Il corpo, se è reso orante, diventa sacramento. Diventa tempio.
Pregare con il corpo, dunque, non è aggiunta alla preghiera, ma sua incarnazione. Il raccoglimento nasce quando il corpo tace senza resistere, quando il respiro si accorda con la presenza, quando tutto l’essere si volge a Dio senza dispersione. Questo silenzio incarnato è terreno per la grazia. È lì che l’orazione semplice, nuda, viva, comincia a fiorire.
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