La preghiera silenziosa in Giovanni Cassiano: dall’orazione pura al riposo in Dio

Nel pensiero e nella prassi spirituale di Giovanni Cassiano, la preghiera silenziosa è il vertice di un cammino interiore che conduce l’anima dall’agitazione dei pensieri alla pace del cuore, dalla parola pronunciata alla presenza senza voce, dalla supplica alla contemplazione. È un itinerario semplice e radicale che si snoda attraverso tappe concrete e progressive, fino a giungere all’orazione pura, che non è frutto dello sforzo umano, ma grazia che si compie nel silenzio, quando l’anima si è liberata da tutto e riposa in Dio.

Etimologicamente, “preghiera” viene dal latino precari, che significa “supplicare, chiedere con insistenza”. Ma in Cassiano, come nella tradizione monastica orientale da cui attinge, la preghiera è più che una domanda: è un movimento totale dell’anima verso Dio, un respiro che si fa stabile, una presenza che non cerca parole, ma unione. Il termine “orazione pura” indica proprio questa forma di preghiera che non ha più contenuto, se non Dio stesso, e che nasce dal silenzio dei sensi e della mente, da una vigilanza costante che affina lo spirito e lo prepara all’abbraccio divino.

Cassiano, discepolo dei Padri del Deserto, trasmise all’Occidente latino l’esperienza viva dei monaci egiziani, in particolare quella di Evagrio Pontico. Nelle sue “Conferenze”, soprattutto nella IX e nella X, egli descrive la tecnica, l’obiettivo e le condizioni della preghiera silenziosa. La mente, all’inizio del cammino, è distratta, confusa, piena di pensieri. La prima tappa è dunque la lotta contro i logismoi, i pensieri disordinati, che devono essere riconosciuti e scacciati con fermezza. Per questo è necessaria la preghiera continua, che si nutre della ripetizione ininterrotta di una formula breve, fino a diventare preghiera del cuore.

Cassiano raccomanda in particolare una formula tratta dal Salmo 69,2: “Deus, in adjutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina” — “O Dio, vieni a salvarmi; Signore, vieni presto in mio aiuto”. Questa breve invocazione, ripetuta giorno e notte, è strumento di attenzione, di purificazione e di raccoglimento. Non ha funzione magica né psicologica, ma è parola che tiene unita l’anima. Con il tempo, la ripetizione fedele svuota la mente dalle distrazioni, placa i turbamenti, orienta tutto l’essere verso Dio. È una preghiera semplice, accessibile, ma esigente nella costanza.

Quando l’anima persevera, la preghiera si trasforma: non è più sostenuta dallo sforzo, ma diventa respiro naturale. Le parole si diradano, il cuore si calma, la mente si unifica, e tutto si concentra in un unico atto d’amore. Questa è l’“oratio ignita”, l’orazione ardente, che non chiede, non riflette, non descrive. È puro stare. Cassiano scrive che in questo stato “l’anima non conosce più se stessa come separata da Dio”, e tutto si fa presenza.

Ma questa orazione pura non è un’evasione mistica. Richiede disciplina, ascesi, vigilanza continua, e soprattutto umiltà profonda. La tentazione di cercare consolazioni, visioni, emozioni va riconosciuta e lasciata cadere. L’orazione pura è spoglia: è il silenzio che contiene Dio. I maestri del deserto la chiamavano “preghiera senza distrazione”, oppure “preghiera vera”. È il momento in cui la fede diventa esperienza diretta, non mediata da concetti, ma vissuta come presenza inabitante.

Questa preghiera non ha orari, non ha durata. Può iniziare in un istante e durare una vita. Cassiano afferma che chi la raggiunge entra in una quiete stabile, che non è torpore ma veglia, non è assenza ma pienezza. È il riposo in Dio, non come fine del lavoro, ma come suo compimento. Il silenzio, in questa fase, non è mancanza, ma pienezza che tace. Non si sente nulla, ma si è totalmente presenti. Non si pensa, ma si è pensati da Dio.

Questa preghiera silenziosa può essere vissuta da tutti, non solo dai monaci. Ciò che conta è l’intenzione retta, la fedeltà, il desiderio autentico di Dio. Anche pochi minuti al giorno, vissuti in questa tensione d’amore, trasformano l’anima. Si può iniziare ogni mattina con la stessa invocazione, ripeterla nel cuore durante il lavoro, lasciarla scendere nel respiro. Si può scegliere un momento di puro silenzio, senza parole, per semplicemente “essere davanti a Dio”. E così, poco a poco, il cuore si purifica, la mente si unifica, e l’anima riposa in Colui che cercava senza sapere come.

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