L’ascesi del corpo e della mente nei monaci del deserto: tecniche vere

L’ascesi dei monaci del deserto non era un esercizio di mortificazione fine a sé stessa, ma una via concreta per liberare l’anima dalla schiavitù delle passioni e renderla disponibile alla presenza di Dio. Era una pratica quotidiana, essenziale, sobria, che univa il corpo e la mente in un cammino di purificazione integrale. Nata nei deserti d’Egitto, di Siria e della Palestina tra il III e il V secolo, questa forma di vita radicale si fondava su una convinzione profonda e sperimentata: l’uomo non può vedere Dio se prima non è diventato interamente disponibile a Lui, anche nella carne e nei pensieri.

Etimologicamente, “ascesi” deriva dal greco askesis, che significava originariamente “esercizio, allenamento”, in ambito atletico e militare. Nell’ambito spirituale cristiano, l’ascesi è quindi un esercizio dell’anima e del corpo, un allenamento costante alla vigilanza, alla sobrietà, al dominio di sé, in vista dell’unione con Dio. Non è negazione del corpo, ma il suo ordinamento. Non è annullamento del pensiero, ma la sua purificazione. Per i Padri del Deserto, il corpo è uno strumento, non un ostacolo: è il luogo in cui si combatte e si vince la battaglia spirituale.

L’ascesi del corpo, nei monaci del deserto, si manifestava innanzitutto attraverso la regolazione del cibo, del sonno e del movimento. Il digiuno non era estremo per sé, ma mirato a spezzare la dipendenza dai desideri. Si mangiava poco, tardi, con lentezza. Alcuni mangiavano una sola volta al giorno, dopo il tramonto. L’obiettivo non era la fame, ma la libertà. Il corpo, non più dominato dall’istinto, diventava più leggero, più docile, più silenzioso. Anche il sonno era regolato: si dormiva poco, spesso seduti o su stuoie semplici. Non per fare eroismi, ma per mantenere la mente sveglia, pronta alla preghiera notturna.

Vi erano inoltre esercizi fisici specifici, che univano la postura e la respirazione alla preghiera. La preghiera seduta, con il capo inclinato e lo sguardo abbassato verso il cuore, era una tecnica costante. Si respirava lentamente, in modo regolare, associando il ritmo del respiro alla ripetizione del Nome di Gesù. Questa forma anticipa quella che poi si chiamerà “preghiera del cuore”, ma già nel IV secolo veniva praticata come disciplina interiore attraverso il corpo. Alcuni associavano l’inspirazione alla parola “Signore Gesù Cristo” e l’espirazione a “abbi pietà di me”, trasformando il corpo stesso in strumento di orazione.

L’ascesi della mente era inseparabile da quella del corpo. I pensieri, chiamati logismoi, erano considerati porte d’ingresso per le passioni. Il monaco doveva imparare a distinguerli, a identificarne la fonte, a rispondere con il discernimento. Questo si faceva con l’esercizio costante della vigilanza, detta in greco nepsis: un’attenzione sobria e continua a ciò che accadeva nel cuore. Quando un pensiero disordinato emergeva – di orgoglio, tristezza, impurezza, rabbia – il monaco lo smascherava, lo rifiutava interiormente, e lo sostituiva con la preghiera. La mente si allenava così alla chiarezza e alla pace.

Una tecnica precisa era la ripetizione incessante di versetti della Scrittura, brevi e memorizzati, che venivano usati per contrastare i pensieri tentatori. Era una forma di meditazione attiva, fatta non di riflessioni ma di incisione della Parola nella mente. Un esempio era il versetto “O Dio, vieni a salvarmi: Signore, vieni presto in mio aiuto” (Salmo 70,2), usato anche nella tradizione benedettina. Ripetere questo versetto, anche mentalmente, aiutava a restare centrati, a non lasciarsi trasportare dal flusso dei logismoi.

Un altro elemento centrale era il lavoro manuale ripetitivo, come intrecciare corde di palma, intagliare legno o filare lana. Questo non solo sosteneva il corpo, ma serviva a disciplinare la mente, evitando l’ozio, che era considerato la madre di tutti i pensieri nocivi. L’ascesi era quindi anche una pedagogia del tempo: nulla era lasciato al caso, perché ogni istante era occasione di offerta.

Infine, vi era il silenzio rigoroso, che non era solo esteriore, ma interiore. Parlare poco, evitare discussioni, non commentare, non giudicare: tutto questo era ascesi mentale. Il silenzio proteggeva la mente dalla dispersione. Chi parlava troppo non poteva pregare con profondità. I Padri dicevano che il pensiero si rafforza dove c’è silenzio, e che l’anima diventa trasparente quando la lingua tace.

L’ascesi nei monaci del deserto era quindi un’arte completa, reale, concreta, che univa corpo e mente in un’unica direzione: lasciarsi purificare per amare Dio con tutto sé stessi. Non c’era spazio per il perfezionismo, ma solo per la fedeltà. Ogni giorno si ricominciava. E attraverso queste tecniche vere, antiche, sobrie, l’anima si liberava poco a poco, diventando cielo abitabile per la Presenza.

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