Le otto logismoi: combattimento contro i pensieri interiori

Nel cuore della spiritualità dei Padri del Deserto, il combattimento spirituale non è rivolto contro nemici esteriori, ma contro i pensieri interiori che disturbano la quiete dell’anima, disgregano il cuore e ostacolano l’unione con Dio. Questi pensieri, chiamati logismoi, sono forze sottili, dinamiche mentali che si presentano come semplici suggestioni, ma che, se accolte, diventano passioni dominanti. Comprendere e combattere i logismoi è parte essenziale del cammino ascetico: è il punto da cui tutto parte, perché l’interiorità è il primo campo di battaglia del monaco e del credente.

Etimologicamente, logismoi è il plurale del greco logismos, da logizomai, che significa “pensare, calcolare, ragionare”. Ma nella lingua spirituale dei monaci egiziani e siriaci del IV secolo, logismoi non indica solo pensieri razionali, bensì moti interiori che turbano l’anima, impulsi mentali che si presentano come desideri, immagini, giudizi, inquietudini. Non sono ancora peccati, ma porte attraverso cui le passioni possono entrare, se non vengono riconosciute e respinte. Evagrio Pontico, grande maestro della vita interiore, identificò con precisione otto logismoi fondamentali, che diventeranno in seguito, nella sintesi di Gregorio Magno, la base per i sette peccati capitali.

I logismoi secondo Evagrio sono: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. Questi non sono vizi esteriori, ma pensieri radicati che prendono forme diverse nella mente, nella fantasia, nella memoria. Non si combattono con la repressione violenta, ma con la vigilanza interiore, la preghiera continua, l’umiltà e il discernimento. I Padri dicevano che il primo passo è dare nome al pensiero: smascherarlo, riconoscerlo, non identificarsi con esso. Il secondo passo è non dialogare con esso. Ogni pensiero tentatore cerca attenzione. Se l’anima lo guarda, lo nutre. Se lo ignora, lo disarma.

Il logismos della gola è il pensiero che porta a desiderare cibo fuori misura, non solo per necessità, ma per ricerca di piacere, compensazione, ansia. È sottile perché spesso si maschera da bisogno o da cura di sé. Ma il suo frutto è la distrazione, il torpore spirituale, la perdita del raccoglimento. Si combatte con la sobrietà, il digiuno regolare, il ringraziamento prima e dopo i pasti, e soprattutto con la consapevolezza di ciò che si cerca nel cibo.

Il logismos della lussuria è l’impulso alla soddisfazione carnale, il pensiero che accende immagini, desideri, fantasie. Non è solo un impulso sensuale, ma una dispersione del cuore, un modo di evadere dalla solitudine interiore. Si vince con la purezza dello sguardo, la custodia dei sensi, la memoria di Dio. I monaci insegnavano a rispondere con la preghiera breve, ripetuta nel cuore, e con la fuga dalla curiosità.

Il logismos dell’avarizia è la paura di non avere abbastanza. Non è solo desiderio di ricchezza, ma attaccamento al possesso, ansia per il futuro, sfiducia nella Provvidenza. Si insinua anche in chi ha poco, trasformando il cuore in calcolo. Si combatte con l’elemosina segreta, con l’offerta nascosta, con la fiducia radicale in Dio. L’anima avara non può pregare davvero, perché è sempre occupata.

Il logismos della tristezza non è il dolore santo, ma la malinconia che paralizza, il rimpianto, il lamento sterile. È un pensiero che prosciuga, che isola, che spegne il desiderio. Spesso segue la caduta, o la delusione. I Padri insegnavano a contrastarlo con la lettura della Scrittura, con la compagnia dei fratelli, con il ricordo dei benefici ricevuti. È il più difficile da smascherare perché si veste da verità, ma toglie la gioia del presente.

Il logismos dell’ira è il pensiero del giudizio, del risentimento, della vendetta. È una fiamma che consuma la preghiera. Anche quando è giustificato, toglie la pace. Si insinua nei silenzi, nei gesti trattenuti, nelle parole dette a metà. Si combatte con il perdono interiore, con la benedizione del nemico, con l’accettazione del proprio limite. Un solo atto di mansuetudine è più efficace di mille giustificazioni.

Il logismos dell’accidia è l’inerzia spirituale, la noia delle cose di Dio, il fastidio per la preghiera, il rifiuto del silenzio. È il più pericoloso per i monaci, perché spegne il desiderio. Si manifesta come indolenza, ma è deserto del cuore. Si combatte con la stabilità, con la regola, con la costanza nei momenti fissati per l’orazione, anche quando non si sente nulla.

Il logismos della vanagloria è il pensiero della lode degli altri. Non si cerca Dio, ma la propria immagine davanti agli uomini. Anche gli atti buoni diventano inquinati. È un inganno sottile, perché si nutre della virtù. Si combatte con l’occultamento delle opere, con l’umiltà della verità, con il disprezzo dei complimenti.

Infine, il logismos della superbia è il pensiero che mette il proprio io al centro. È la radice di tutti gli altri. È l’autonomia spirituale, la presunzione, il giudizio degli altri, la chiusura. Si vince solo con l’umiliazione accolta, non cercata, con la memoria costante della propria miseria davanti a Dio.

Il combattimento contro i logismoi non si fa in un giorno. È un cammino, un’arte, un’ascesi interiore continua. I Padri dicevano: non si può impedire agli uccelli di volare sopra la testa, ma si può impedire che vi facciano il nido. La vigilanza, la preghiera del cuore, il digiuno, il silenzio e l’umiltà sono gli strumenti di questa lotta. E col tempo, il cuore si pacifica. Non perché i pensieri spariscono, ma perché non trovano più spazio per agire.

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