Pregare per gli altri in silenzio è un atto di amore puro, nascosto, gratuito. È una forma di intercessione che non passa per molte parole, ma per una presenza interiore vigilante, offerta a Dio come spazio di ascolto e di carità. L’intercessione silenziosa è la preghiera che non si vede, ma che sostiene. È quella che avviene nel cuore, che non cerca risposta immediata, che non pretende nulla, ma presenta l’altro davanti a Dio, in silenzio, con rispetto, come si porge un vaso vuoto tra le mani di un Amico. Pregare in silenzio per qualcuno non è restare passivi: è portare l’altro dentro il proprio respiro e offrirlo a Dio, senza chiedere altro che la sua volontà.
Etimologicamente, “intercedere” deriva dal latino intercedere, composto da inter (“in mezzo”) e cedere (“andare”): significa “andare in mezzo”, “porsi tra”. Intercedere è quindi mettersi tra Dio e l’altro, non per ostacolare, ma per unire. L’intercessore non si sostituisce, non domina: si fa ponte. La parola “silenzio”, da silentium, è già stata vista come quiete attiva, come grembo fecondo della Parola. L’unione dei due termini descrive una delle forme più alte della preghiera: stare davanti a Dio con il cuore pieno del volto dell’altro, senza parole, lasciando che lo Spirito stesso interceda in noi con gemiti inesprimibili, come dice san Paolo (Rm 8,26).
Chi vuole praticare l’intercessione silenziosa deve prima di tutto raccogliersi interiormente. Non si comincia pensando ai problemi altrui, ma entrando nella presenza di Dio con cuore calmo, spoglio, disponibile. Si può accendere una candela, pronunciare il Nome di Gesù, fare il segno della croce lentamente. Poi si porta interiormente il volto, il nome, la situazione della persona per cui si vuole pregare. Non si deve spiegare nulla a Dio. Non si deve raccontare, chiedere, motivare. Si presenta. Si “consegna”. Come i portatori che nel Vangelo calano il paralitico dal tetto davanti a Gesù e poi tacciono.
Nel cuore dell’intercessione silenziosa, non ci sono formule. A volte si può ripetere interiormente una frase semplice: “Signore, guardalo”, “Benedicila”, “Sii Tu la sua pace”. Ma più spesso si tace. Si guarda Dio e si pensa a quella persona, o si guarda interiormente quella persona e si pensa a Dio. È un triplice legame d’amore: io, l’altro, Dio. L’intercessione diventa un atto di fede, un atto di speranza, un atto di carità. Non si misura l’efficacia, non si attendono risultati. Si offre. Si rimane.
Chi intercede in silenzio impara anche a non trattenere. Non si tiene l’altro nel cuore per manipolarlo spiritualmente, ma per lasciarlo a Dio. L’intercessione silenziosa è un atto di libertà: non si dice a Dio cosa fare, ma si dice all’altro, dentro di sé, “Io sono con te davanti a Lui”. È un atto di presenza. Di accompagnamento invisibile. Di comunione nascosta. I santi intercessori – Teresa di Lisieux, Francesco d’Assisi, Silvano del Monte Athos – pregavano più con il cuore che con le labbra, più con lo sguardo che con le intenzioni. E Dio li ascoltava.
Si può intercedere per i vivi e per i defunti. Per amici e per nemici. Per chi lo chiede e per chi lo ignora. Ogni volto portato nel cuore può essere presentato. Si può anche intercedere camminando, respirando, lavorando. Se il cuore è attento e unito a Dio, ogni gesto diventa preghiera per l’altro. Si può fare un’offerta silenziosa: “Questa fatica la offro per lui”, “Questo digiuno per lei”, “Questo dolore per chi oggi non ha nessuno”. È così che si crea una rete invisibile di amore, che unisce la terra e il cielo, gli uomini e Dio.
L’intercessione silenziosa è una forma di orazione continua. Non chiede concentrazione costante, ma disponibilità del cuore. Si impara a portare l’altro dentro senza appesantirlo. Senza volerlo cambiare. Solo per affidarlo. E chi vive questa forma di preghiera si accorge che il cuore si dilata. Diventa più paziente, più tenero, più compassionevole. Perché pregare per l’altro nel silenzio cambia anche chi prega: lo rende più simile a Cristo, che ha portato tutti nel silenzio della croce.
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