L’orazione di quiete è una delle fasi più profonde e delicate della preghiera interiore, descritta con precisione e realismo nella tradizione carmelitana, in particolare da santa Teresa d’Avila. Non è ancora unione perfetta con Dio, ma una forma di orazione infusa, in cui l’anima sperimenta una pace profonda, un raccoglimento dolce, una sospensione parziale delle potenze interiori, specialmente della volontà. Non si tratta di uno stato emotivo o di concentrazione mentale, ma di un dono divino, che segna un passaggio dallo sforzo umano alla grazia che comincia a operare in profondità, nel silenzio.
Etimologicamente, “quiete” viene dal latino quies, che significa “riposo, tranquillità, calma”. Nella mistica cristiana, questo termine indica un abbandono pacificato alla presenza di Dio, un silenzio interiore che non è vuoto, ma pienezza silenziosa. L’anima non agisce, non riflette, non cerca: rimane, ama, riceve. Non è inattività, ma un’attività superiore: l’amore puro che si lascia attrarre. L’orazione di quiete è come un fiume che smette di lottare con le pietre e si lascia portare dalla corrente.
I segni dell’orazione di quiete sono chiari per chi li vive con discernimento. Il primo è la sospensione della volontà: l’anima non riesce né vuole pensare ad altro che a Dio. Non per sforzo, ma per attrazione. La volontà è dolcemente assorbita. Si può ancora pensare, ma i pensieri sembrano lontani, senza forza. Anche il corpo si calma. Si può avvertire una dolcezza sensibile, una gioia pacata, un gusto spirituale che non dipende da immagini o riflessioni. L’anima vorrebbe restare in silenzio, non essere disturbata. C’è una tendenza alla solitudine, alla semplicità, al raccoglimento continuo.
Santa Teresa scrive che, in questa orazione, l’anima è come un bambino che riposa nel seno della madre. Non agisce, ma si lascia amare. Le potenze – memoria, intelletto, volontà – non sono ancora tutte unite, ma la volontà è già con Dio. Questo segna il passaggio dall’orazione discorsiva all’orazione affettiva e infine infusa. L’orazione di quiete non si ottiene con metodi, ma si accoglie con umiltà, fedeltà, silenzio e purificazione interiore.
I frutti di questa orazione sono visibili nella vita. L’anima diventa più dolce, più paziente, più libera. Le cose del mondo perdono forza attrattiva. Si cresce in desiderio di Dio, in amore disinteressato, in abbandono fiducioso. La volontà si rafforza nel bene, senza sforzo volontaristico. Il peccato diventa più odioso, la virtù più desiderabile. Non si tratta di una fuga mistica, ma di un radicamento nell’amore che trasforma l’agire. L’anima è meno turbata dalle contrarietà, più stabile nel silenzio, più pronta all’obbedienza interiore.
Tuttavia, questa fase porta con sé dei rischi spirituali, se non è vissuta con umiltà e vigilanza. Il primo rischio è l’attaccamento sensibile alla consolazione. L’anima può confondere il dono con la fonte, e desiderare il gusto più che Dio. Questo la rende vulnerabile alla desolazione successiva. Il secondo rischio è la vanagloria sottile: sentirsi “più avanti”, “più spirituali”, giudicare gli altri. Teresa insiste con forza: chi riceve di più, deve umiliarsi di più. Il vero segno che l’orazione viene da Dio è la crescita dell’umiltà, della carità concreta, dell’obbedienza nascosta.
Un altro rischio è interrompere prematuramente la preghiera quando si prova quiete, per timore o per incomprensione. In realtà, è proprio lì che occorre restare in silenzio, senza fare nulla, senza pensare nulla, solo stare davanti a Dio. Infine, c’è il pericolo di cercare solo questo tipo di orazione, trascurando il lavoro ascetico, il servizio fraterno, la purificazione delle passioni. L’orazione di quiete non è evasione dal mondo, ma fondamento per amare meglio nel mondo.
Per custodire questo dono, è necessaria una vita regolare, con tempi fissi di orazione, sobrietà nei sensi, silenzio interiore, lettura spirituale, direzione sicura. L’orazione di quiete può durare pochi minuti o ore, ma non si misura con il tempo. Si riconosce dai frutti, e dalla pace che lascia. Non è una conquista, ma una grazia che Dio concede a chi si offre, si svuota e si abbandona. È il preludio all’unione più profonda, ma già contiene in sé una dolcezza dell’eternità.
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