Accostarsi alla Santa Comunione nella forma straordinaria del Rito Romano significa entrare con spirito di riverenza profonda in un’esperienza liturgica che custodisce gesti, silenzi e simboli antichi, orientati alla sacralità e al raccoglimento. Questo rito, detto anche “usus antiquior”, è quello celebrato secondo il Messale di San Pio V, riformato da San Giovanni XXIII nel 1962, e ammesso oggi dalla Chiesa come forma straordinaria accanto alla forma ordinaria del Novus Ordo. La Comunione in questo contesto assume caratteristiche specifiche, non solo per modalità esteriori, ma per l’intero atteggiamento dell’anima.
Etimologicamente, “comunione” deriva dal latino communio, che significa “partecipazione comune, condivisione”, e rimanda a unione profonda con Cristo, ma anche con la Chiesa intera. Ricevere la Comunione non è un gesto privato, ma un atto ecclesiale, teologale, sacramentale. Nel rito antico, questo senso di mistero e di distanza sacra è sottolineato dalla lingua latina, dall’orientamento verso l’altare, dalla centralità del silenzio e dal modo in cui il fedele si avvicina al Santissimo Sacramento.
La prima disposizione fondamentale è lo stato di grazia. Come in ogni forma del rito, il fedele deve essersi confessato sacramentalmente se è consapevole di peccato mortale, e deve avere l’intenzione di ricevere il Corpo di Cristo con fede viva. Questo richiede un esame di coscienza serio e una disponibilità interiore reale a vivere in comunione con Dio e con i fratelli. Accostarsi senza questa disposizione è grave mancanza.
La seconda disposizione è il digiuno eucaristico, che nella forma straordinaria conserva ancora l’indicazione tradizionale di tre ore prima della Comunione come tempo minimo di astinenza da cibo e bevande (eccetto acqua e medicinali), anche se la Chiesa, per legge universale, ammette il digiuno di un’ora. Chi vuole aderire pienamente allo spirito del rito antico, spesso sceglie il digiuno più lungo, per onorare con più intensità la sacralità del gesto.
La terza disposizione è l’atteggiamento del corpo e dello sguardo. La Comunione si riceve in ginocchio (salvo impedimento fisico) e sulla lingua, mai sulla mano. Questo gesto non è solo un’esteriorità devota: è una professione visibile del riconoscimento reale della Presenza di Cristo nel Santissimo Sacramento. Il fedele non prende l’Eucaristia, ma la riceve. È Cristo che si dona. Il sacerdote, rivolto ad orientem, cioè verso l’altare, depone con attenzione l’Ostia sulla lingua del comunicando, senza dialogo diretto: non si risponde “Amen”, ma si riceve in silenzio, mentre egli pronuncia le parole: Corpus Domini nostri Iesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam. Amen.
Il fedele si avvicina all’altare con calma, si inginocchia sul gradino (la balaustra o comunione al cancelletto), e tiene il capo leggermente sollevato e la lingua stesa, senza aprire le mani. Dopo aver ricevuto la Comunione, si rientra al proprio posto in silenzio, senza fretta, senza guardare intorno, e si rimane in raccoglimento profondo per il ringraziamento. Non è bene lasciare subito la chiesa, né parlare con altri: quel tempo è il più intimo, il più santo.
Il ringraziamento dopo la Comunione è parte essenziale della pratica nella forma straordinaria. Molti fedeli usano pregare in silenzio per alcuni minuti, oppure recitano preghiere tradizionali come l’“Anima Christi”, l’“Adoro Te devote”, oppure usano parole personali. L’importante è che il cuore resti unito a Colui che ha ricevuto, consapevoli che per alcuni minuti il Corpo di Cristo è fisicamente dentro di sé. È un tempo da abitare, non da lasciar passare distrattamente.
È bene sapere che nella Messa tridentina la Comunione non è sempre distribuita al momento in cui il sacerdote la riceve, ma dopo, e non durante l’elevazione. L’altare è il centro visivo e spirituale, non il sacerdote: per questo, anche durante la Comunione, si guarda in avanti o si tiene lo sguardo abbassato. Chi accompagna bambini o persone anziane deve farlo con discrezione, in modo che il silenzio dell’assemblea sia preservato. Nella forma straordinaria, infatti, tutto educa all’interiorità.
Il silenzio, la postura, la lingua latina, i canti gregoriani o il silenzio assoluto, tutto è orientato a far sì che l’anima si riconosca piccola davanti al Mistero. Non si tratta di tornare indietro nel tempo per nostalgia, ma di accedere a una forma in cui il sacro è custodito attraverso il linguaggio dei segni, dei gesti, dell’adorazione.
Accostarsi alla Comunione secondo la forma straordinaria è, per molti fedeli, un atto che cambia il modo stesso di concepire la presenza di Dio: non qualcosa da capire, ma da adorare. Non qualcosa da gestire, ma da ricevere. Non una consuetudine, ma una grazia.
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