Digiunare secondo lo spirito francescano significa vivere l’astinenza dal cibo non come rinuncia dolorosa o pratica ascetica fine a sé stessa, ma come atto d’amore, di umiltà, di lode e di libertà interiore. È un modo di entrare in comunione profonda con Cristo povero e crocifisso, condividendo la Sua fame, la Sua sete, la Sua semplicità. Per Francesco d’Assisi, il digiuno non era tanto una disciplina corporale, quanto una via per liberare il cuore, distaccarsi da ciò che pesa, fare spazio alla gioia spirituale, adorare Dio con il corpo e con l’anima in unità perfetta. Digiunare, per lui, era anche un modo di pacificare i sensi, custodire il silenzio, amare la povertà.
Etimologicamente, “digiuno” viene dal latino ieiunium, derivato da ieiunus, che significa “vuoto, a stomaco vuoto”. Ma in senso spirituale, questo vuoto è attivo: è il contenitore della grazia, è l’attesa dell’invisibile. Nel francescanesimo, il digiuno non è tanto un’opera di forza, quanto un atto di minorità. Francesco non digiunava per mortificare il corpo, ma per renderlo docile, leggero, trasparente. Digiunava per restare povero, per essere libero dalle passioni, per imitare Cristo.
Storicamente, Francesco e i suoi primi compagni praticavano il digiuno in modo semplice e radicale. Nei Fioretti, si racconta che spesso si nutrivano solo di pane e acqua per lunghi periodi, specie durante la Quaresima, l’Avvento, e nei giorni di preparazione alle solennità importanti. Francesco digiunava anche in giorni non obbligatori, per offrire riparazione, per prepararsi alla preghiera, o per amore puro. Ma sempre lo faceva con spirito di letizia, mai con durezza. Raccomandava ai frati di non esagerare, di ascoltare la propria fragilità, di non giudicare chi non era in grado di seguire certi ritmi. Diceva che il digiuno deve portare pace, non turbamento.
Per vivere oggi il digiuno secondo il suo spirito, il primo passo è la disposizione del cuore. Non si digiuna per dimagrire, né per sentirsi superiori, ma per amare. Si può iniziare con un giorno alla settimana, ad esempio il venerdì, giorno della Passione, astenendosi da carne e cibo elaborato, riducendo la quantità dei pasti e offrendo questo gesto con umiltà. Si può pronunciare al mattino una preghiera semplice: “Signore, oggi ti offro questo digiuno in unione con il tuo amore crocifisso, per amore tuo e dei fratelli.”
Durante la giornata, si mantiene un atteggiamento silenzioso, mite, attento. Non si parla troppo del digiuno, non si ostenta, non si cerca ammirazione. Se si prova fame, si offre. Se si prova debolezza, si accoglie. Francesco parlava spesso del corpo come “frate Asino”, da trattare con fermezza ma anche con rispetto. Il digiuno, infatti, non è un mezzo per annullare il corpo, ma per orientarlo. E deve sempre accompagnarsi alla carità: se si digiuna e si giudica, se si digiuna e si è duri con gli altri, non è digiuno evangelico. Francesco diceva che è meglio mangiare con amore che digiunare con orgoglio.
Si può anche unire il digiuno al silenzio, alla preghiera, alla lettura del Vangelo. Si crea uno spazio di ascolto. Anche rinunciare a parole inutili, a pensieri mondani, a distrazioni vane è digiuno francescano. A volte, rinunciare a parlare male, a giudicare, a difendersi, è un digiuno più difficile del pane. Ogni rinuncia fatta con amore diventa offerta. Ogni sobrietà accettata diventa luce.
Alla sera, si può concludere con una preghiera di ringraziamento, magari davanti al crocifisso: “Ti ringrazio, Signore, per questa giornata vissuta con meno, per averti incontrato nel vuoto e nella fame. Benedici ogni mio sforzo e rendilo puro davanti a Te.”
Digiunare secondo lo spirito francescano è entrare in una forma di povertà volontaria, dove si impara a bastare al poco, ad affidarsi al Padre, a desiderare l’essenziale. È una forma di lode. È un sì che dice: non vivo di solo pane, ma del tuo amore.
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