Entrare nelle Quarte Dimore, secondo il cammino tracciato da Santa Teresa d’Avila nel Castello Interiore, significa oltrepassare la soglia della vita spirituale costruita dalla sola iniziativa umana, per accedere a uno spazio interiore dove è Dio a prendere l’iniziativa. È qui che comincia la vera mistica, non nei grandi fenomeni, ma nella nascita silenziosa di una nuova qualità della preghiera: l’orazione infusa. L’anima ha attraversato le tre prime dimore, ha lottato, si è ordinata, si è stabilita in una certa fedeltà. Ora non si tratta più di salire, ma di lasciarsi attrarre. Non di costruire, ma di accogliere. Inizia il tempo del raccoglimento profondo, della quiete che non nasce dallo sforzo ma dal dono. L’orazione diventa esperienza viva di presenza.
Queste dimore non si aprono per merito, ma per gratuità. Teresa è chiarissima: non ci si entra per bravura, ma per grazia. Tuttavia, l’anima deve essere disposta. La via d’ingresso è la disponibilità interiore, la docilità, il desiderio puro di Dio. È come entrare in un giardino nascosto, dove il rumore esterno si allontana e il silenzio inizia a farsi fecondo. Non è ancora unione piena, ma il cuore comincia a percepire che c’è qualcosa di più, e che quel “più” non viene da sé. È un silenzio che avvolge. Una pace che scende. Un gusto nuovo nella preghiera. È il tempo della preghiera di quiete, dove l’intelligenza si placa, la volontà si orienta tutta verso Dio, e l’anima si sente come immersa in un’acqua dolce, come scrive Teresa, senza sapere da dove venga.
In queste dimore si manifesta anche una forma di tensione nuova: l’anima sente attrazione profonda per Dio, ma si scopre ancora agitata, ancora incapace di restare del tutto ferma. Le potenze dell’anima – intelletto, memoria, volontà – non sono ancora unite, si muovono, si distraggono. Ma qualcosa dentro è già toccato. C’è un centro che resta. Questo centro è il luogo dove inizia il raccoglimento passivo, dove non si cerca di pensare a Dio, ma si percepisce che è Lui a pensare dentro di noi. Non è estasi, non è visione, non è emozione: è presenza viva e silenziosa.
L’accesso alle Quarte Dimore non comporta il distacco dal mondo, ma richiede un distacco interiore più profondo. Le cose non si disprezzano, ma si ridimensionano. Si scopre che il cuore non può più appoggiarsi completamente su ciò che è passeggero. Si inizia a desiderare la solitudine non per fuggire, ma per incontrare. Si ama il silenzio, non come assenza, ma come luogo di relazione. Teresa sottolinea che in questo stato si cresce nella conoscenza di sé e di Dio insieme. L’anima si scopre amata, e proprio per questo comincia a vedere con più verità la propria miseria. Ma questa miseria non spaventa: è immersa nella luce.
Una prova tipica di questa fase è la paura di illudersi. L’anima, sentendo qualcosa di nuovo, teme di essere ingannata. Ma è proprio questo timore che la protegge. Teresa consiglia di non cercare esperienze straordinarie, di non desiderare consolazioni, ma di rimanere semplicemente aperti alla volontà di Dio. La vera prova della preghiera infusa è il frutto: se dopo aver pregato l’anima è più umile, più paziente, più capace di amare, allora quella preghiera è vera. Non importa quanto si è sentito, ma quanto si è stati trasformati. L’orazione infusa non è spettacolare: è umile, nascosta, profonda. E comincia sempre con la pace.
Per entrare davvero nelle Quarte Dimore, l’anima deve lasciare ogni pretesa. Non deve voler capire tutto, né sentire sempre qualcosa. Deve imparare a stare. A lasciarsi amare. A tacere dentro. E così, senza accorgersene, comincia a essere portata. L’orazione non è più solo azione sua, ma spazio dato a Dio perché agisca. È il principio della vita mistica, che è prima di tutto una vita amata.
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