Santificare le emozioni negative nel fuoco della croce significa non rifiutarle, non reprimerle, non rimanervi prigionieri, ma attraversarle alla luce della Passione di Cristo, lasciando che il loro dolore venga trasformato in offerta viva. Le emozioni negative non sono un peccato in sé: sono parte dell’esperienza umana, ferite aperte, movimenti interiori che chiedono redenzione. In una vita spirituale autentica, non si tratta di “sentirsi sempre bene”, ma di imparare a portare il proprio male verso il Bene, senza fughe né maschere, permettendo al Crocifisso di abitarlo.
Etimologicamente, la parola “emozione” deriva dal latino emovere, che significa “muovere fuori”, “scuotere da dentro”. Ogni emozione è una forza che ci muove, spesso all’improvviso, e che può condurci verso il disordine o verso la verità, a seconda di come viene accolta. La santificazione delle emozioni non avviene eliminandole, ma orientandole. E questo orientamento si compie solo nella Croce, intesa non come simbolo passivo di sofferenza, ma come luogo vivo in cui l’umano è unito al divino.
Il primo passo è riconoscere l’emozione negativa senza giudicarla. La rabbia, la tristezza, la paura, l’invidia, la gelosia, il disgusto, la frustrazione: non si combattono con lo sforzo morale, ma con lo sguardo lucido. Ogni emozione, se negata, si rafforza nell’ombra. Ma se viene portata davanti alla Croce, si illumina. Il Crocifisso non respinge la nostra oscurità, ma la prende su di sé. Contemplare il volto di Cristo sofferente significa riconoscere che non siamo soli nel nostro dolore.
Il secondo passo è offrire ciò che si sente. Non serve “sentirsi meglio” prima di pregare. Al contrario, è nella tempesta che si entra nell’orazione vera. Si può dire interiormente: “Gesù, ti offro questa rabbia. Ti offro questa tristezza. Ti offro questo peso.” L’offerta non è evasione, ma atto di fiducia: non voglio restare prigioniero di ciò che provo, ma permettere che Tu ne faccia qualcosa di buono. Questa offerta può essere accompagnata da un gesto concreto: un segno di croce, un inchino, l’accensione di una candela. Un modo per incarnare la consegna.
Il terzo passo è entrare nella Passione di Cristo. Leggere lentamente i racconti della Passione nei Vangeli, meditare le sue piaghe, fermarsi sotto la Croce come Maria e Giovanni. Ogni emozione trova lì la sua trasfigurazione. Gesù ha provato angoscia (nell’orto), solitudine (sulla via), abbandono (sulla croce), vergogna (nella nudità), violenza (nelle percosse), ingiustizia (nel processo). Nulla gli è estraneo. Ogni volta che sentiamo qualcosa di oscuro, possiamo dire: “Anche Tu lo hai vissuto, ma non Ti sei chiuso. Hai amato fino alla fine.”
Il quarto passo è non agire sull’emozione, ma attraverso la grazia. Quando si è attraversati da una tempesta interiore, si può decidere di non rispondere subito, di non reagire. Il silenzio è forma di amore. Si può ritirare il cuore per un tempo breve, anche solo un minuto, e invocare: “Signore, rendi il mio cuore come il Tuo.” Questo non cancella il dolore, ma impedisce che diventi veleno. La croce non elimina il male, ma lo disarma.
Nel tempo, questo esercizio quotidiano diventa forma di ascesi. Si impara a conoscere le proprie ferite, non per rimanervi prigionieri, ma per trasformarle in canali di offerta. Alcune emozioni tornano con regolarità: sono memorie profonde, strutture interiori da redimere. In questi casi, è utile un accompagnamento spirituale, una confessione frequente, un diario interiore. Scrivere ciò che si prova alla luce della fede aiuta a discernere. Il combattimento spirituale non è contro ciò che sentiamo, ma contro la tentazione di disperare, di lasciarci definire dal male.
Un aiuto concreto è unire la sofferenza emotiva all’Eucaristia. Al momento dell’offertorio, si può dire interiormente: “Ti porto questa ferita.” Al momento della comunione: “Vieni dentro questo vuoto.” Il Corpo di Cristo non entra solo per confortare, ma per unire. Anche la recita quotidiana del Rosario, specialmente dei misteri dolorosi, aiuta a interiorizzare la croce non come sconfitta, ma come cammino di purificazione.
Alla fine della giornata, è utile fermarsi un istante e chiedere: “Quale emozione mi ha abitato oggi? L’ho lasciata passare da Cristo?” Se la risposta è sì, allora anche il dolore è stato un altare. Se la risposta è no, allora il giorno dopo sarà una nuova occasione per imparare.
Santificare le emozioni negative nel fuoco della Croce è la via per non essere travolti dal proprio sentire, ma per diventare liberi, puri, vigilanti. È il cammino di chi non fugge da sé, ma si lascia purificare dall’amore più grande. Quello che, sulla Croce, non ha rifiutato nessuna oscurità, pur di accendere la luce.
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