Come abitare la Settima Dimora: unione trasformante dell’anima con Dio

Abitare la Settima Dimora nel cammino del Castello Interiore di Santa Teresa d’Avila significa entrare nel cuore più intimo della vita spirituale, là dove l’anima non è più semplicemente unita a Dio, ma trasformata in Lui. È il vertice del cammino mistico, il luogo del silenzio pieno, della pace che non si spegne, dell’amore che non ritorna più a sé ma scorre ininterrottamente verso l’Amato. Non si tratta più di esperienze, di sensazioni, di momenti di preghiera particolarmente intensi. Qui tutto è diventato stato. L’anima non cerca più Dio perché l’ha trovato. O meglio, perché è stata trovata, colmata, convertita interamente in presenza.

La Settima Dimora è descritta da Teresa come la stanza nuziale, dove si compie l’unione sponsale definitiva tra Dio e l’anima. Non è un’immagine poetica, ma una realtà spirituale concreta. L’anima, pur restando creatura, vive una tale unione con la volontà di Dio che non desidera altro, non teme nulla, non si possiede più. L’io non è annientato, ma trasparente. L’amore di Dio lo attraversa e lo muove. Non è più un amore sentito, ma un amore divenuto forma di esistenza. L’anima pensa, ama, agisce, parla in Dio. E tutto ciò che vive, lo vive con una libertà nuova, perché non appartiene più a sé.

Questa trasformazione non avviene per sforzo, né per merito, ma per pura grazia. È Dio che prende totalmente possesso dell’anima, come un fuoco che non brucia ma illumina, come una presenza che non invade ma compie. Eppure, per arrivarci, l’anima ha dovuto attraversare tutte le stanze precedenti, con i loro slanci e le loro purificazioni. Ha dovuto morire a sé, desiderare senza attaccarsi, restare anche nel buio. È proprio questa morte feconda che ha reso possibile la nuova nascita. Ora, tutto è nuovo. E tutto è semplice. Nella Settima Dimora l’anima non cerca più Dio nei pensieri, ma lo riconosce in ogni cosa. Non ha più bisogno di provare la sua presenza, perché è diventata essa stessa luogo della presenza.

Una delle caratteristiche di questa unione trasformante è la perfetta conformità alla volontà divina. Non c’è più tensione tra ciò che si vuole e ciò che Dio vuole. Non perché l’anima abbia rinunciato alla propria libertà, ma perché la libertà è divenuta identica all’amore. Ogni evento, anche il più doloroso, è accolto con pace. Non con rassegnazione, ma con intelligenza spirituale. Si vede con gli occhi di Dio. Si ama con il cuore di Dio. Si serve con la forza di Dio. Non si vive più per sé, ma per la gloria di Chi abita dentro.

In questa fase, l’anima è chiamata a continuare a vivere nel mondo. Non si ritira dal quotidiano, ma lo trasfigura. La preghiera non è più un momento, ma uno stato continuo. Anche tra le occupazioni, tra gli altri, tra le cose più umili, resta uno spazio interiore inviolabile in cui tutto è unione. Teresa dice che l’anima in questa dimora non si distrae più veramente, perché ogni distrazione è solo superficiale. Nel centro resta Dio. E Dio non se ne va. È la realizzazione della promessa: “Io sarò con voi tutti i giorni”.

Ma la Settima Dimora non è senza croce. Il dolore non scompare, ma cambia volto. Diventa partecipazione al dolore di Cristo, compassione attiva per il mondo, offerta continua. L’anima, ormai, non cerca più consolazioni. Cerca solo di amare, servire, donare. E in questo, sperimenta la gioia più pura. Non è un’estasi permanente, ma una trasparenza permanente. Come l’acqua che non ha colore proprio ma riflette ogni luce, così l’anima trasformata non ha più nulla da difendere: è canale, è spazio, è dimora.

Abitare la Settima Dimora significa, infine, vivere già qui una forma di eternità. L’anima, pur ancora nel tempo, comincia a respirare secondo il ritmo dell’eterno. Tutto è presente. Tutto è dono. Tutto è Dio. Non si è più pellegrini alla ricerca, ma sposi nell’intimità. Non si parla più molto, perché tutto è detto. E ogni silenzio è pienezza.

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