Il voto interiore di castità mentale è un impegno spirituale silenzioso, nascosto, che riguarda la sfera più intima dell’essere: il pensiero. Non si tratta solo della purezza legata alla sessualità, ma di una castità più profonda, che riguarda la mente come luogo sacro, la sua libertà e il suo orientamento verso Dio. È la scelta volontaria, offerta in segreto, di custodire l’interno, di non permettere che ogni pensiero sia accolto, coltivato, amplificato. Significa diventare sentinelle del proprio cuore, perché ciò che si pensa prepara ciò che si desidera, e ciò che si desidera apre la via a ciò che si compie.
Etimologicamente, “castità” viene dal latino castitas, da castus, che non significa solo “puro” nel senso morale, ma anche “integro”, “intero”, “non contaminato”. La castità mentale è quindi una forma di integrazione dell’anima, un’unità interiore che non si lascia frantumare da pensieri inutili, inquinanti, superflui. Il termine “voto”, dal latino votum, significa “promessa solenne, offerta sacra”. Fare un voto interiore di castità mentale significa offrire la propria mente a Dio come spazio consacrato, dove ogni pensiero diventa responsabilità, e nulla è lasciato al caso.
Il primo atto è la decisione consapevole, presa nel segreto del cuore, di non accogliere volontariamente pensieri impuri, maligni, frivoli, oppure vani. Non è possibile impedire che i pensieri appaiano: l’intelletto è come un cielo in cui continuamente sorgono nuvole. Ma è possibile scegliere quali trattenere. Il voto non elimina il combattimento, ma lo nobilita: ogni sforzo per custodire la mente diventa atto d’amore, partecipazione alla croce, purificazione offerta.
Il secondo passo è la vigilanza continua. I Padri del Deserto chiamavano questa pratica nepsis, cioè la sobrietà del pensiero, il controllo attento, la lucidità del cuore. Evagrio Pontico, maestro della lotta interiore, insegnava che ogni pensiero (logismós) può essere accolto o rifiutato. Alcuni pensieri entrano con forza, altri con dolcezza, altri ancora si travestono da bene. Vigilare significa fermarsi prima di lasciarli agire. “Questo pensiero mi avvicina a Dio o me ne allontana?” è la domanda che guida la custodia.
La castità mentale implica distacco dall’immaginazione disordinata. L’anima che si lascia prendere da fantasie incontrollate, sogni di vanagloria, rancori immaginari o desideri carnali interiori, si indebolisce. Non è castità mentale il semplice non agire, ma il non nutrire interiormente ciò che contraddice la luce. Anche l’immaginazione dev’essere redenta, ordinata, guidata.
Chi vive questo voto interiore si accorge, col tempo, che la mente si purifica. La memoria si alleggerisce, la coscienza si fa più limpida, la preghiera più continua. L’anima acquista una sensibilità nuova: percepisce ciò che la turba, ciò che la sporca, ciò che la separa. Si impara a rifiutare un pensiero come si rifiuterebbe un cibo avvelenato. Anche se all’inizio costa, diventa poi naturale.
Per sostenere questa pratica, è fondamentale alimentare la mente con cose buone: letture sacre, silenzi abitati, contemplazione del creato, parole limpide. Il cuore va nutrito, non solo protetto. E, come un giardino, cresce ciò che si coltiva. Chi semina luce, raccoglie pace.
Nelle ore di stanchezza, o quando la mente si riempie di pensieri ripetitivi o impuri, si può ricorrere a una giaculatoria breve, come “Gesù, abbi pietà”, o “Sia fatta la tua volontà”, o ancora “Vieni, Spirito Santo”. Queste parole brevi non scacciano il male con la forza, ma attirano il Bene. E dove abita Dio, il male non resta.
Infine, ogni caduta va offerta, non rimuginata. Il voto interiore non è una legge rigida, ma una via di amore. Se si cade, si chiede perdono. Se si riesce, si ringrazia. L’importante è non cedere all’accidia, ma riprendere. Ogni giorno. Anche cento volte.
La mente, così custodita, diventa luogo di presenza, tempio vivo, silenzio abitato. Non più un campo di battaglia, ma un giardino dell’incontro. È lì che l’orazione prende vita, che la Parola può risuonare, che Dio può camminare come nel fresco della sera.
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