Parlare delle tre morti interiori secondo san Giovanni della Croce significa entrare in uno dei cammini spirituali più profondi e radicali della mistica cristiana. Queste morti non sono distruzioni, ma purificazioni. Non sono negazione della vita, ma passaggi necessari per la trasformazione dell’anima. Il santo carmelitano non usa sempre l’espressione “tre morti interiori” in modo sistematico, ma attraverso la sua opera — in particolare nella Salita del Monte Carmelo e nella Notte Oscura — egli descrive con precisione tre fasi di spoliazione interiore, tre forme di morte spirituale che conducono a una vita nuova, all’unione trasformante con Dio.
La prima morte è la morte ai sensi. Non si tratta del disprezzo del corpo, ma della necessaria liberazione dell’anima dall’attaccamento ai piaceri sensibili, anche quando questi sembrano innocenti. Giovanni insegna che per salire verso Dio, l’anima deve imparare a non cercare consolazioni nel visibile, né nel suono, né nel gusto, né nell’immaginazione sensibile. Questa morte interiore è spesso vissuta come aridità: Dio sembra togliere ogni gusto anche alla preghiera. Ma è in realtà un dono. L’anima viene educata a non cercare Dio per ciò che sente, ma per ciò che Egli è. In questo stadio, l’anima è condotta dalla via dei principianti — ancora legata ai gusti spirituali — verso una preghiera più pura, dove non si misura più la presenza di Dio con il sentimento.
La seconda morte è la morte all’intelletto e alla volontà propria, che avviene nella Notte dello Spirito. Qui non è più soltanto il senso ad essere purificato, ma l’interiorità profonda dell’anima: il pensiero, la memoria, l’intelligenza, la volontà autonoma. È una notte più oscura, più sottile, più dolorosa. L’anima non comprende più, non sa più desiderare, non sa più pregare come prima. Tutto appare vuoto, sterile, inutile. Ma in questa oscurità si cela la luce. Dio purifica l’anima da ogni immagine, da ogni concetto, da ogni possesso interiore. È la via apofatica, la via del non-sapere, in cui si è condotti oltre ciò che si può pensare o volere. L’anima non si orienta più da sé: si lascia portare. È la morte dell’io spirituale.
La terza morte è la morte della propria identità naturale, cioè il passaggio all’unione trasformante. Non è una morte nel senso biologico o psicologico, ma una perdita radicale di sé in Dio. L’anima non vive più per sé, ma in Dio e per Dio. Tutto è stato consegnato, tutto è stato svuotato. Giovanni dice che qui l’anima diventa Dio per partecipazione, perché è stata completamente trasformata in Lui. Questa morte è insieme il compimento delle due precedenti e la loro fioritura: ciò che è stato tolto viene restituito in forma nuova, pura, limpida. Non si desidera più nulla, perché tutto è posseduto in Dio. È la vera vita, ma passa per la piena morte dell’autonomia, dell’orgoglio, della separatezza.
Etimologicamente, “morte” viene dal latino mors, mortis, con radice indoeuropea mer- che indica “morire, svanire, scomparire”. Nella prospettiva spirituale di Giovanni della Croce, morire è svanire come centro, come dominio, come controllo. Ma questo svanire apre alla vita. Come il chicco di grano che, se non muore, non porta frutto. Le tre morti interiori sono tre tappe dell’unica Pasqua interiore che ogni anima è chiamata a vivere. Non sono riservate a mistici straordinari, ma a ogni cristiano che desidera la santità. Anche in forma semplice, nascosta, quotidiana.
Chi vive queste morti spirituali non è abbandonato: è custodito. Anche se l’anima non sente più Dio, è più unita a Lui che mai. È come il fuoco che, per purificare, non accarezza ma brucia. E più brucia, più purifica. L’anima che attraversa queste morti con fedeltà, nel tempo, giunge alla pace vera, alla libertà, alla carità pura. E allora comprende che non ha perso nulla: ha solo lasciato ciò che era piccolo, per ricevere l’Infinito.
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