Come vivere l’ascesi del digiuno secondo la regola orientale

Vivere l’ascesi del digiuno secondo la regola orientale significa entrare in un cammino spirituale che va ben oltre la rinuncia al cibo: è una disciplina dell’anima e del corpo, una purificazione dei sensi, un atto di adorazione integrale. Nella tradizione cristiana orientale, il digiuno non è mai fine a sé stesso, né una mortificazione sterile, ma un esercizio di libertà interiore, un ritorno al cuore, un invito a entrare nella comunione più profonda con Dio, nell’umiltà e nella vigilanza.

Etimologicamente, “digiuno” viene dal latino ieiunium, da ieiunus, “a digiuno, vuoto”, che a sua volta richiama l’idea di apertura, di spazio lasciato libero. Nell’ascesi orientale, questo vuoto non è assenza, ma attesa abitata, fame di Dio, spazio per la luce. Il digiuno crea un deserto fertile, dove l’anima si spoglia per essere riempita. È un vuoto orante.

La regola orientale del digiuno, radicata nei Padri del Deserto, nel monachesimo bizantino e nella liturgia della Chiesa ortodossa, unisce sempre digiuno fisico, preghiera e sobrietà del cuore. Non si digiuna solo dalla carne o dal latte: si digiuna dalla rabbia, dai giudizi, dalla vanità, dal rumore. È un cammino integrale che coinvolge il corpo, la parola, lo sguardo, la memoria, il desiderio. È una forma di adorazione silenziosa, che passa attraverso la fame e il silenzio.

Il primo passo per entrare in questo tipo di digiuno è la preparazione interiore. Non si comincia improvvisando. Prima di iniziare, si offre tutto a Dio: “Signore, non voglio digiunare per perfezionarmi, ma per conoscerti meglio. Spogliami.” Questo atto di intenzione è fondamentale, perché purifica il cuore e allontana la tentazione dell’orgoglio ascetico. Il digiuno non è per dimostrare forza, ma per riconoscere che si vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4).

La regola orientale prevede digiuni settimanali (mercoledì e venerdì), ma anche periodi più lunghi e intensi, come la Quaresima ortodossa, il digiuno della Dormizione, e quello del Natale. Nei giorni prescritti, si astiene completamente da carne, uova, latticini, spesso anche da olio e vino. Ma il senso non è la restrizione alimentare: è la semplificazione della vita, il ritorno all’essenziale. Il cibo diventa sobrio, la preparazione ridotta, il tempo liberato per la preghiera e la lettura spirituale.

Un aspetto distintivo della regola orientale è il legame con la preghiera liturgica e personale. Digiunare senza pregare è solo dieta. Ogni giorno di digiuno dovrebbe essere accompagnato da Salmi, metanie (prostrazioni), lettura della Scrittura, invocazioni come la Preghiera di Gesù: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.” Questa preghiera, ripetuta nel cuore, tiene l’anima unita al Signore anche mentre il corpo si affatica.

Il digiuno orientale è anche un esercizio di mansuetudine. Il cibo che si evita diventa simbolo delle parole non dette, dei giudizi trattenuti, delle reazioni contenute. Non si tratta solo di non mangiare, ma di non reagire, non difendersi, non giustificarsi. È un’umiltà incarnata. È la croce vissuta nei dettagli.

Quando si sente la fame, o la stanchezza, o l’impazienza, il corpo stesso diventa luogo di orazione. Si può offrire quella fame come offerta silenziosa, dicendo nel cuore: “Voglio desiderare Te, più del pane.” Così il digiuno diventa lode e intercessione, non solo sforzo. Anche la caduta — mangiare qualcosa in più, o arrabbiarsi durante il digiuno — può diventare occasione di umiltà, se subito si dice: “Signore, senza di Te non posso nulla.”

La tradizione orientale non separa mai il digiuno dalla gioia della Resurrezione. Si digiuna per arrivare alla luce, per gustare più profondamente la Pasqua, per rendere l’anima capace di contemplare. Il sabato e la domenica, spesso, il digiuno si allenta: non per debolezza, ma per celebrare la vittoria della vita.

Col tempo, vivere l’ascesi del digiuno secondo la regola orientale forma il cuore: lo rende più attento, più libero, più sensibile. Non si giudica più chi non digiuna, non si cerca di distinguersi. Si entra in un clima spirituale profondo, in cui ogni gesto è parte dell’orazione. Anche il modo in cui si serve un pasto agli altri, o si mangia poco senza farlo notare, diventa luogo di adorazione nascosta.

Chi vive così, scopre che il vero digiuno è non vivere per sé stessi, e che la vera sazietà è essere riempiti dalla presenza di Dio. Allora il corpo e l’anima si accordano, e tutto il proprio essere grida, anche nel silenzio: “Mio Dio, sei Tu il mio pane.”

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