La preghiera silenziosa mentre si cucina, si cammina, si attende

La preghiera silenziosa mentre si cucina, si cammina o si attende è una forma alta di spiritualità quotidiana: è il respiro dell’anima che, senza parole, senza gesti particolari, si mantiene alla presenza di Dio in ogni azione semplice. È una preghiera senza rumore, senza distrazione, senza pretese. È vivere abitati da Dio anche nel più umile gesto, anche nella pausa, anche nel passaggio da un compito all’altro. È uno stare con, più che un fare per. È adorazione incarnata nella vita.

Etimologicamente, “silenzio” deriva dal latino silentium, che indica non solo l’assenza di suono, ma anche uno stato interiore di quiete, di attesa, di raccoglimento. Pregare in silenzio non è quindi tacere semplicemente, ma ascoltare, abitare, essere presenti. E farlo mentre si cucina, si cammina o si aspetta, è vivere ogni momento come tempo sacro, come luogo di incontro. Si entra così nella dimensione della preghiera continua, quella che non ha bisogno di parole per essere vera.

Quando si cucina, si può vivere ogni gesto come un’offerta. Il tagliare, il lavare, il mescolare diventano piccoli atti di cura, e quindi di amore. Anche se si è stanchi, anche se si è soli, si può dire nel cuore: “Signore, ricevi questo servizio come preghiera.” Se si cucina per altri, il cibo diventa dono eucaristico. Se si cucina per sé stessi, è modo per rispettare e custodire il corpo come tempio. Ogni passaggio può essere abitato interiormente. Non è importante sentire qualcosa, ma restare presenti, senza lamento, senza fretta, con attenzione piena.

Quando si cammina, la preghiera silenziosa si fa ritmo. I passi possono essere accompagnati da una parola semplice, come “Gesù”, “Abbà”, “pace”, ripetuta interiormente. Oppure ci si può limitare a camminare con consapevolezza, offrendo ogni passo come pellegrinaggio. Camminare senza parlare, senza ascoltare musica, senza guardare il telefono, è già una forma di raccoglimento. Si ascoltano i rumori, si vede il cielo, si respira. E ogni respiro può diventare invocazione: “Tu sei con me.” È una preghiera senza sforzo, un andare abitati dalla Presenza.

Quando si attende — in una fila, in un corridoio, in un momento di sospensione — invece di irritarsi, si può trasformare l’attesa in orazione. È sufficiente chiudere un attimo gli occhi interiori e dire: “Anche qui Tu sei.” Si può offrire quell’attesa per qualcuno, per una persona amata, per un’anima in difficoltà. In quel momento, l’inutilità apparente si trasfigura: si diventa intercessione vivente. Anche la noia può diventare luogo di grazia, se si offre. Anche il tempo perduto può diventare tempo abitato.

Questa forma di preghiera silenziosa educa il cuore a restare unito a Dio in ogni cosa. Non si tratta di vivere con lo sforzo costante di “ricordarsi di pregare”, ma di lasciarsi lentamente trasformare da una Presenza che accompagna. È un lavoro sottile, ma continuo. Più si pratica, più diventa spontaneo. E si scopre che non c’è bisogno di parole per pregare, né di luoghi speciali. Basta esserci, con amore.

Questa via è stata testimoniata da molti santi e mistici. Frère Laurent parlava di “presenza di Dio in cucina”, santa Teresa d’Avila diceva che “Dio si trova anche tra le pentole”. Giovanni della Croce viveva lunghi silenzi mentre camminava nei corridoi del convento. Per loro, ogni momento era occasione di comunione. Non perché fossero sempre rapiti, ma perché avevano imparato a restare nel cuore.

La preghiera silenziosa vissuta nelle attività semplici è preghiera del cuore, è orazione continua, è lode umile, è fede incarnata. Non ha bisogno di parole, ma di attenzione. Non chiede tempo in più, ma solo un cuore disposto. E chi la vive, scopre che Dio è davvero vicino. Così vicino da essere presente mentre si taglia una cipolla, si cammina per strada o si aspetta l’autobus.

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