L’adorazione senza immagini: Dio oltre ogni concetto

L’adorazione senza immagini è una delle forme più profonde e radicali di preghiera, perché chiede all’anima di spogliarsi da ogni appoggio sensibile, da ogni figura mentale, da ogni rappresentazione affettiva, per entrare nel mistero puro di Dio, là dove Egli è oltre ogni concetto, ogni forma, ogni immagine. È un cammino austero, ma dolcissimo, che non nega la bellezza delle immagini sacre, ma che, giunta a una certa maturità spirituale, le supera per abitare la nudità della Presenza. È adorare senza vedere, amare senza toccare, restare senza comprendere. Non è il nulla. È l’invisibile colmo di silenzio.

Etimologicamente, “immagine” deriva dal latino imago, da imitari, che significa “imitare, riprodurre, raffigurare”. Un’immagine è quindi una mediazione: qualcosa che rappresenta qualcos’altro. L’adorazione senza immagini, allora, non è mancanza di oggetto, ma rinuncia a ogni mediazione per stare direttamente davanti al Mistero. È l’adorazione “in spirito e verità” (Gv 4,24) di cui parla Gesù alla Samaritana, dove Dio non è adorato su un monte o in un tempio, ma nello spirito nudo dell’uomo che si arrende.

Nella tradizione cristiana, questa via è stata percorsa soprattutto dai mistici della cosiddetta teologia apofatica, o via negativa, che insegnano a conoscere Dio per sottrazione, svuotando l’anima da tutto ciò che non è Dio, anche da ciò che di Dio si può immaginare. Maestro in questo fu Dionigi l’Areopagita, seguito da grandi anime come Meister Eckhart, Giovanni della Croce, e l’autore anonimo della Nube della Non-Conoscenza. Per loro, Dio non può essere compreso con la mente, né raffigurato con i sensi. Egli può solo essere accolto nel silenzio del cuore puro.

Per vivere concretamente questa forma di adorazione, il primo passo è fare silenzio fuori e dentro. Si può cominciare ritirandosi in una stanza semplice, senza luci forti, senza musica, senza oggetti sacri visibili, o semplicemente chiudendo gli occhi. Ci si mette seduti, o in ginocchio, senza tensione. E si dice interiormente: “Dio mio, sono qui. Non ti vedo, non ti immagino, ma ti adoro.” Questa frase basta. Poi si tace.

Il secondo passo è lasciare andare ogni immagine che la mente propone. Se appare il volto di Cristo, lo si benedice nel cuore, ma si passa oltre. Se affiorano ricordi spirituali, emozioni, simboli, si accolgono, ma non si trattengono. L’anima dice solo: “Tu sei oltre questo. Io ti adoro.” Questo svuotamento, che all’inizio può sembrare buio, è in realtà una forma di purificazione dell’adorazione. Non si ama più ciò che si sente, ma colui che è, nella sua verità nuda.

Il terzo passo è abitare il silenzio. Non cercare parole, non forzare la concentrazione, non cercare di sentire qualcosa. Solo restare. Anche un quarto d’ora vissuto così trasforma. L’anima comincia a respirare in un altro modo. È come entrare in una stanza vuota e scoprire che è piena. L’assenza si rivela come presenza. La mancanza come dono. Non è estasi, non è esperienza sensibile. È pace senza forma.

Col tempo, questa adorazione senza immagini modella il cuore. Si diventa più liberi, più umili, più semplici. Si smette di cercare segni, consolazioni, risposte. Ci si basta di essere davanti a Dio, come bambini nel buio, come innamorati nel silenzio. E Dio, che vede nel segreto, si fa presente dove l’anima non trattiene nulla.

Questo tipo di orazione può essere difficile da iniziare, ma diventa fecondissima. Aiuta a vivere ogni cosa senza possederla, a pregare anche nel vuoto, a scoprire Dio non dove lo immaginiamo, ma dove Egli è. E ci insegna a dire con tutto il nostro essere: “Tu sei il mio Dio, anche se non ti vedo, anche se non ti afferro. Ti adoro così come sei, senza immagine, senza nome, senza appiglio.”

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