Santificare le ferite interiori con la preghiera significa non cercare di eliminarle o ignorarle, ma accoglierle come luoghi reali dell’anima dove Dio può abitare e operare misteriosamente. È un atto di verità, un cammino di purificazione e di unione che passa proprio attraverso ciò che ci ha ferito. Le ferite dell’anima non sono ostacoli alla santità, ma possono diventare vie di luce, se consegnate a Dio nella preghiera con cuore umile, fede viva e pazienza. Non si tratta di spiritualizzare il dolore, ma di trasformarlo in offerta, senza negarvi la sofferenza che contiene.
Etimologicamente, “ferita” deriva dal latino ferire, colpire. Una ferita è ciò che ci ha toccato a fondo, che ha inciso qualcosa dentro, lasciando un solco. Le ferite interiori, a differenza di quelle fisiche, non sempre si vedono, ma abitano in profondità: sono memorie, abbandoni, parole ricevute, gesti mancati, rifiuti, perdite. La santificazione, dal latino sanctificare, “rendere santo”, è l’atto di consacrare qualcosa a Dio. Santificare una ferita significa riconoscere che Dio può entrare anche lì, non per rimuovere, ma per redimere.
Il primo passo per santificare una ferita è non fuggirla, non coprirla, non giudicarla. Bisogna portarla nella preghiera così com’è, senza maschere spirituali. Dire: “Signore, questa è la mia ferita. Non la capisco. A volte mi blocca. A volte mi fa male. Ma è mia. Ti appartiene.” La preghiera vera nasce dalla verità del cuore. Anche un grido, anche un silenzio amaro può essere preghiera, se rivolto a Dio. I Salmi sono pieni di queste voci spezzate che diventano supplica: “Dal profondo a Te grido, Signore” (Sal 130). Non si inizia con la forza, ma con l’onestà.
Il secondo passo è accettare di restare in compagnia di quella ferita, davanti a Dio, senza volerla cancellare subito. Questo richiede tempo. Si può sedere in silenzio, in una stanza raccolta o davanti a un crocifisso, e restare lì, senza chiedere parole, ma solo dicendo nel cuore: “Abita questa ferita, Signore.” Anche senza emozioni, anche senza luce. È il cuore che si fa altare. È lì che si incontra Cristo crocifisso: colui che ha portato ogni ferita e che le ha trasformate non per eliminarle, ma per attraversarle. Le Sue piaghe non sono scomparse dopo la Risurrezione: sono diventate gloriose.
Col tempo, la ferita può diventare luogo di intercessione. Pregare così: “Signore, ti offro questa sofferenza per chi vive la stessa ferita.” La mia ferita, allora, non è più solo mia. È luogo di comunione. L’anima esce dal cerchio chiuso del dolore e si apre all’altro. In questo passaggio, spesso silenzioso, la ferita comincia a farsi trasparente, a perdere potere distruttivo, a diventare spazio d’amore.
Quando si sente la memoria della ferita riemergere — in un pensiero, una parola, una situazione — si può ripetere interiormente: “Gesù, portala Tu.” Questo semplice atto di affidamento è una preghiera potentissima. Non cambia subito la sensazione, ma riporta il cuore nella verità e nell’abbandono. Se fatto con fedeltà, anche nel buio, questo atto comincia a santificare la memoria stessa.
Un altro passo importante è non trattenere rancore verso sé stessi o verso gli altri per aver avuto quella ferita. La preghiera può diventare anche perdono: “Signore, aiuta me a perdonare, anche se non sento di riuscirci. Aiuta me a perdonarmi.” Il perdono, spesso, è un cammino lungo, ma ogni giorno si può pregare per avere la forza di non rimanere prigionieri del male ricevuto. Santificare una ferita significa rifiutare che essa diventi veleno, e chiederle di diventare invece passaggio di compassione.
Le ferite santificate nella preghiera non spariscono, ma non dominano più. Diventano fonte di delicatezza verso gli altri, di profondità spirituale, di silenzio autentico. Chi ha attraversato le proprie ferite con Dio, sa restare accanto agli altri con una presenza più vera, non giudicante, non invadente. È il mistero del cuore spezzato che diventa dimora dello Spirito.
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