Le immagini interiori: come purificarle e lasciarle

Le immagini interiori abitano la coscienza con forza silenziosa. Sono rappresentazioni mentali, memorie, fantasie, volti, simboli, parole e forme che l’anima trattiene e continuamente rievoca, talvolta senza rendersene conto. Non sono in sé cattive: molte di esse nascono dall’esperienza, dall’educazione, dalla cultura spirituale, persino dalla grazia. Ma quando la preghiera desidera andare oltre la superficie, quando l’anima è chiamata a entrare nella contemplazione pura, queste immagini — anche le più sacre — devono essere purificate, ridimensionate, lasciate. Non distrutte, ma attraversate e superate. L’adorazione in spirito e verità chiede che nulla si frapponga tra l’anima e Dio, neanche le cose sante. Le immagini, allora, si fanno soglia: servono finché introducono, poi devono cedere il passo al silenzio.

La parola “immagine” deriva dal latino imago, che a sua volta è collegata a imitari, ovvero “imitare”. Un’immagine, dunque, è un’imitazione, una rappresentazione, non la realtà stessa. Anche nella preghiera, ciò che l’anima immagina — di Dio, della vita, di sé — non è Dio. Può essere una mediazione utile, specie nei primi stadi della vita spirituale, ma non è il fine. Le immagini religiose, quando interiorizzate, possono aiutare la devozione, la memoria, la meditazione, ma la contemplazione, per sua natura, è senza forma, senza figura, senza contenuto rappresentativo. È relazione viva, non costruzione mentale.

Purificare le immagini interiori significa anzitutto prendere coscienza di esse. Sedersi in silenzio e osservare ciò che si presenta alla mente: una scena evangelica, un ricordo, un volto, una parola, un’icona mentale. Non giudicare, non respingere con forza, ma riconoscere. Questo è già il primo passo. Poi, in un atto di libertà, lasciarle andare. Non perché siano cattive, ma perché non sono Dio. Anche un’immagine santa, se trattenuta oltre misura, può diventare ostacolo. L’anima deve imparare a non aggrapparsi a nulla.

Un aiuto concreto in questo processo è l’orazione silenziosa senza appoggio visivo o concettuale. Sedersi in una stanza spoglia, chiudere gli occhi, restare presenti a se stessi e a Dio senza voler vedere nulla. Se l’immaginazione si attiva, si può dire interiormente: “Signore, anche questo lo lascio a Te.” Non si combattono le immagini con forza, ma con dolcezza e fermezza. Le immagini si spengono quando l’anima sceglie la semplicità nuda. In questo, la tradizione della via negativa è maestra: il cammino che porta a Dio attraverso la rinuncia a tutto ciò che non è Lui, persino a ciò che su di Lui si può immaginare.

I mistici hanno spesso testimoniato questo processo. L’autore della Nube della Non-Conoscenza invita a lasciar cadere tutto ciò che si può pensare, per restare nel puro “essere davanti”. San Giovanni della Croce parla del passaggio dalle immagini alla “noche oscura”, dove Dio si comunica senza mediazione sensibile. Santa Teresa d’Avila, pur amante delle immagini nei primi gradi della preghiera, insegna che quando Dio comincia a parlare nell’intimo, le immagini si ritirano da sole. È un cammino, non un gesto unico. Ma è un cammino necessario, se si desidera arrivare all’unione reale.

Anche le immagini dolorose devono essere purificate. Quelle che l’anima conserva senza volerlo: ferite, volti, eventi passati. Non si tratta di cancellarle, ma di affidarle con fiducia alla luce. In preghiera, si può dire: “Ti offro anche questa immagine che torna. Tocca Tu, purifica Tu.” Non si lavora da soli. È la grazia che guarisce la memoria.

Con il tempo, il cuore si abitua a restare senza vedere. La mente tace, il sentimento si pacifica, il desiderio si concentra. Non è vuoto, è pienezza senza forma. L’anima sa di essere davanti, e questo le basta. Le immagini non vengono più cercate, non vengono trattenute. Diventano come foglie portate dal vento: vengono, ma non lasciano traccia. L’anima ha imparato a guardare senza vedere, ad amare senza figura, a stare senza oggetto.

E lì, nel silenzio senza immagini, il Dio vivo si manifesta.

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