Come elevare l’anima nella recita del Sanctus

Elevare l’anima nella recita del Sanctus significa entrare con tutto il cuore, la mente e il corpo in uno dei momenti più alti e misteriosi della liturgia: lode pura, unione con il cielo, prostrarsi spirituale davanti alla maestà di Dio. Non si tratta semplicemente di dire “Santo, Santo, Santo”, ma di lasciarsi trasportare in quello che i Padri chiamavano il “tremendum mysterium”, l’istante in cui l’assemblea terrena si unisce al canto eterno delle schiere angeliche. Ogni parola del Sanctus è porta d’ingresso nel soprannaturale. Perché questo avvenga, è necessario recitare queste parole con consapevolezza, raccoglimento e desiderio ardente di adorare.

Etimologicamente, Sanctus viene dal latino e significa “santo, sacro, consacrato”, a sua volta derivato da sancire, cioè “rendere inviolabile, stabilire come sacro”. È il termine con cui, nella Scrittura, si designa ciò che è separato per Dio, puro, inaccessibile, luminoso. Nella liturgia, è la parola che proclama la trascendenza assoluta del Signore, la sua gloria che riempie l’universo, il suo essere “altro”, eppure presente. Il Sanctus è tratto dal profeta Isaia, che vide i Serafini cantare “Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti, tutta la terra è piena della sua gloria” (Is 6,3), e da Matteo 21,9, dove la folla acclama Gesù con il “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Perché l’anima si elevi veramente nel momento in cui si recita il Sanctus, è fondamentale che il cuore sia già predisposto al raccoglimento. Quando si giunge a questo punto della Messa o della Liturgia delle Ore, non si dovrebbe mai iniziare meccanicamente. Se si può, si fa un piccolo silenzio interiore, anche solo per un respiro, e si dice nel cuore: “Sto per unirmi al cielo”. Poi, si pronuncia lentamente: “Santo… Santo… Santo…”. Non fretta. Non abitudine. Ogni “Santo” è un gradino. È un salire. È una prostrazione dello spirito.

Nel dire “Santo”, ci si inchina interiormente. Si può anche abbassare leggermente il capo, come segno fisico dell’anima che si umilia nella gloria. Non si sta solo proclamando, ma adorando. E nel silenzio interiore, si può immaginare di essere uniti agli angeli, ai santi, a tutta la creazione. L’anima si espande: non è più sola, ma immersa in un canto che non finisce. “Il cielo e la terra sono pieni della tua gloria.” E questa gloria non è lontana. È ovunque. È dentro.

“Osanna nell’alto dei cieli” è un grido di supplica e di esultanza. Osanna, dall’ebraico hoshi’a na, significa “salvaci, ti preghiamo”. È grido e danza, è acclamazione del Messia, è invocazione del Regno. Quando lo si pronuncia, il cuore dovrebbe aprirsi: “Salvami, Signore. Salvaci. Vieni nella tua gloria.” È un atto di speranza viva, una luce accesa nell’attesa.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore.” È il riconoscimento: Egli viene. È presente. È qui. Dire questa frase è come alzare lo sguardo verso Colui che entra nel cuore, sull’altare, nella storia. Si può dire nel cuore: “Accoglimi in Te. Rendimi degno di stare davanti a Te.” Questo è il momento in cui l’anima si lascia toccare, e si dispone a ricevere il Mistero.

Recitare il Sanctus con l’anima desta è un esercizio spirituale che trasforma. Non sempre si avrà commozione o emozione. Ma ogni volta che si dice con fede, anche nella povertà, l’anima si eleva, si purifica, si unisce. È un atto di adorazione pura, che non chiede nulla, ma si dona. È una liturgia che non è solo in chiesa: anche nella preghiera personale, recitare lentamente il Sanctus può diventare forma di contemplazione silenziosa, come respirare il cielo.

Chi impara a vivere così questo momento, col tempo, sente che qualcosa si apre dentro. Un riverbero di eternità si fa strada nella carne, e il cuore stesso diventa altare.

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