L’abbandono al momento presente come “sacrificio vivo”

Vivere l’abbandono al momento presente come sacrificio vivo significa offrire ogni attimo della propria esistenza come atto consapevole di amore, di adorazione e di resa fiduciosa a Dio. Non si tratta solo di accettare ciò che accade, ma di entrare nel tempo con un cuore che si dona, che non trattiene, che non rimpiange e non anticipa, che dice con tutto il suo essere: “Eccomi.” Questo abbandono non è rassegnazione passiva, ma atto libero e cosciente di chi riconosce che il tempo non è ostacolo, ma luogo della presenza divina. Ogni istante diventa così luogo sacro, altare silenzioso dove l’anima si fa offerta.

Etimologicamente, la parola “abbandono” viene dal latino abbandonare, che significa “affidare, cedere, consegnare qualcosa a qualcuno”, e contiene l’idea di uno spogliamento volontario, di un lasciare le redini, di una fiducia profonda. “Sacrificio”, dal latino sacrificium, è composto da sacer (“sacro”) e facere (“fare”), cioè “rendere sacro”: offrire qualcosa a Dio, separandolo dall’uso comune. Dunque, l’abbandono al momento presente diventa un sacrificio vivo quando ogni gesto, pensiero, silenzio, parola, gioia o fatica vengono consacrati attraverso l’adesione interiore a ciò che è, nel tempo in cui si è, con la volontà limpida di offrire tutto a Dio, così com’è.

San Paolo, nella Lettera ai Romani, esorta i credenti a offrire i propri corpi come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”: non una vittima immolata, ma una vita vissuta come atto di culto. L’abbandono al presente è proprio questo: vivere ogni istante come se fosse una preghiera silenziosa, un’oblazione nascosta. Non si attende un momento speciale per essere spirituali: lo si è nella concretezza del quotidiano. Ogni respiro, ogni attesa, ogni compito può diventare luogo di incontro. Il momento presente, spesso trascurato a favore del passato o del futuro, è invece il solo tempo reale in cui Dio si comunica. E l’abbandono diventa il sì perpetuo che accoglie questa comunicazione.

Per praticare questo abbandono, l’anima deve anzitutto rinunciare al bisogno di controllo. L’ansia di voler sapere, prevedere, anticipare è la prima resistenza da lasciar cadere. L’anima si esercita allora nel dire interiormente: “Non comprendo tutto, ma scelgo di fidarmi.” Questo non spegne l’intelligenza, ma la purifica. La volontà non si annulla, ma si offre. Il cuore non si chiude, ma si apre al flusso della vita, così com’è. Si può cominciare con piccoli atti: accettare con pace un imprevisto, offrire con amore una fatica, vivere un silenzio come spazio abitato da Dio. Ogni istante si trasfigura se vissuto con presenza e resa.

I maestri spirituali di ogni tempo hanno insegnato questa via. Jean-Pierre de Caussade parlava dell’“abbandono alla divina Provvidenza” come il modo più diretto per unirsi a Dio: accogliere ciò che avviene con spirito di adorazione, senza cercare altro. Per lui, il presente è un sacramento: non una superficie, ma un mistero. Ogni momento, anche il più oscuro, contiene una grazia nascosta. Anche i Padri del Deserto insegnavano la vigilanza continua, l’attenzione pura, come forma di adorazione ininterrotta. Non cercavano grandi esperienze, ma presenza interiore fedele a ciò che è. L’abbandono era la loro forza: stare, restare, offrire.

Questo sacrificio vivo non chiede di cambiare vita, ma di cambiare sguardo. Non chiede di essere altrove, ma di essere presenti. Non di fare di più, ma di fare con più amore. Anche il dolore, anche la prova, anche la noia quotidiana diventano luogo di offerta. Non si fugge da nulla, ma si attraversa tutto con un cuore che ama. L’abbandono, così vissuto, non è fuga ma incarnazione: vivere pienamente dove Dio ci ha posti, con fedeltà e fiducia.

Quando l’anima si esercita ogni giorno in questo sacrificio, diventa capace di pace profonda. Le cose non cambiano, ma si illuminano. Il tempo non schiaccia più, ma accoglie. L’attimo non è più ostacolo, ma via. E l’orazione non è più riservata a certi momenti, ma diventa stile di vita, respiro dell’anima. L’abbandono al momento presente è, allora, adorazione continua, in cui ogni cosa è sacra perché offerta, e ogni respiro è un sì.

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