Nel cammino mistico tracciato da san Giovanni della Croce, l’annientamento dell’ego non è distruzione della persona, ma purificazione di tutto ciò che ostacola l’unione con Dio. L’“io” inteso come centro autosufficiente, come volontà di possesso, come ricerca di sé, deve progressivamente svuotarsi per lasciare spazio all’essere divino. Questo processo, profondo e doloroso, avviene in tre grandi fasi o livelli, che corrispondono alle tappe della “notte”: la notte dei sensi, la notte dello spirito e la notte dell’unione. In ognuna di esse, l’ego viene spogliato, purificato e infine trasfigurato. Solo così l’anima può diventare dimora viva di Dio.
Il termine “annientamento” deriva dal latino ad nihilum, “verso il nulla”, e non indica la cancellazione dell’identità, ma la liberazione da ogni appropriazione. Giovanni della Croce non propone un nichilismo spirituale, ma una via di spogliazione progressiva in cui l’anima si separa da ciò che non è Dio per riceverlo pienamente. L’annientamento è dunque atto di amore puro, in cui l’anima rinuncia a tutto ciò che non è il Volto desiderato.
Il primo livello è l’annientamento attraverso la notte dei sensi. Qui, l’ego viene purificato nei suoi desideri più esteriori: piaceri sensibili, attaccamenti materiali, gusto spirituale, soddisfazione interiore. Non si tratta solo di rinunciare a cose cattive, ma anche a quelle buone, se amate per se stesse. L’anima entra in un’aridità nuova: non sente più consolazioni, non prova più fervore, non trova appoggio nei sensi. È una notte che educa. Il desiderio si affina. L’anima non cerca più ciò che riceve, ma colui che si dona. L’ego, che voleva sentire Dio, impara ora a desiderarlo nel buio, a seguirlo senza appoggio. Questo primo svuotamento è necessario per iniziare a camminare con libertà.
Il secondo livello è l’annientamento attraverso la notte dello spirito. È la purificazione delle potenze superiori: intelletto, memoria e volontà. L’anima viene spogliata di ogni immagine di Dio, di ogni certezza interiore, di ogni appoggio affettivo e concettuale. L’intelligenza non comprende più, la volontà non riesce più a scegliere con chiarezza, la memoria non trova più luce nei ricordi. È una notte più profonda, in cui l’ego spirituale viene toccato nella radice. Non si tratta più di desideri, ma di identità. L’anima non sa più chi è, cosa vuole, dove va. E proprio qui inizia il vero cammino dell’unione: quando l’essere accetta di non poggiarsi su nulla, se non sull’Amore che tace.
Il terzo livello è l’annientamento nell’unione trasformante. Dopo essere passata per il fuoco, l’anima non è più quella di prima. Non possiede più nulla, non rivendica più nulla, non vuole più nulla per sé. L’ego, nella sua forma più sottile, è stato consumato. L’anima vive inabitata da Dio, trasformata nella sua volontà, nella sua libertà, nel suo sguardo. Qui l’annientamento si rivela come pienezza. Non c’è più io che agisce, ma Dio che vive. Non si tratta di estasi, ma di vita semplice, libera, totalmente donata. L’ego non è più al centro. Il centro è Altro. E l’anima, senza sforzo, vive un’unione che è pace.
San Giovanni della Croce ha vissuto tutto questo non come teoria, ma come esperienza reale. Le sue opere — in particolare la Notte Oscura e la Salita del Monte Carmelo — descrivono passo per passo questa dinamica. L’annientamento dell’ego non è un progetto ascetico umano: è l’opera dello Spirito che conduce l’anima a diventare immagine viva del Figlio. L’uomo vecchio non muore con violenza, ma con amore. E l’uomo nuovo nasce dal silenzio e dal fuoco.
In questa via, l’anima non perde nulla che sia vero. Perde solo le immagini, le illusioni, le sovrastrutture. Quello che resta, dopo il triplice annientamento, è la libertà pura di chi ama senza possedere, di chi vive senza cercare sé stesso, di chi si lascia trasformare in luce. È qui che l’unione si compie: quando non resta più nulla da trattenere, e tutto può essere donato.
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