Tra i simboli più ricorrenti e potenti delle tradizioni spirituali, l’albero occupa un posto centrale. Nel Corano, questo simbolo appare non solo come immagine della creazione, ma come rappresentazione dell’anima, della conoscenza, del divino radicato nella terra e slanciato verso il cielo. L’albero, nel testo sacro islamico, non è semplicemente un essere naturale, ma una metafora vivente della rivelazione, una forma che unisce visibile e invisibile, materia e spirito, immanenza e trascendenza. L’Albero Spirituale, nei versetti coranici, è specchio dell’uomo e della sua connessione con l’origine.
Uno dei passaggi più intensi in cui compare è nella Sura 14, Ibrahim, versetto 24: “Non vedi come Dio propone la metafora di una buona parola: essa è come un albero buono, la cui radice è ben salda e i rami si innalzano verso il cielo. Dà frutto in ogni stagione, con il permesso del suo Signore.” In questa immagine, la kalima ṭayyiba — la parola buona — è associata a un albero che vive tra terra e cielo, piantato in profondità e slanciato in alto. È l’immagine del credente, saldo nella fede ma aperto al cielo, radicato nel reale e nutrito dalla luce. L’albero non è statico: è un essere che cresce, che dona, che trasforma.
L’etimologia del termine “albero” in arabo è shajara (شجرة), radice sh-j-r, che contiene l’idea di ramificazione, di confronto, di articolazione. Lo stesso termine, curiosamente, è usato anche per indicare un conflitto o una disputa, come se nel ramificarsi dell’albero si riflettesse anche il dispiegarsi delle possibilità, il gioco delle forze opposte. Ma nell’albero spirituale, ciò che sembra tensione si ricompone in unità: le radici e i rami non sono in opposizione, ma in comunione. L’uomo, come l’albero, vive pienamente solo se unisce la profondità alla verticalità.
Un altro riferimento fondamentale è l’Albero del Loto del confine ultimo, la Sidrat al-Muntahā, menzionato nella Sura 53, an-Najm, versetti 13-16. È l’albero collocato al termine della dimensione celeste, oltre il quale nessuno può passare, se non con il permesso divino. Lì, secondo la tradizione, il Profeta Muhammad vide le meraviglie del mistero durante il suo viaggio notturno, l’isrā’ wa-l-mi‘rāj. La Sidra è l’albero che segna il limite: oltre di esso non c’è conoscenza, ma solo contemplazione. È il punto in cui l’intelletto si ferma, e il cuore tace. È l’albero che confina con l’ineffabile.
L’albero, nel Corano, è anche immagine della caduta, come nella storia di Adamo ed Eva. Nella Sura 2, versetto 35, Dio dice: “Abitate il Giardino, voi due, e mangiate da dove volete, ma non avvicinatevi a quest’albero, affinché non siate tra gli ingiusti.” L’albero diventa qui soglia tra obbedienza e disobbedienza, tra innocenza e coscienza. Ma anche in questa narrazione, ciò che sembra perdita si trasforma in inizio: Adamo ed Eva, pur cacciati, avviano il cammino umano, e l’albero resta come segno della libertà e della responsabilità.
Nel sufismo, l’albero è spesso usato come simbolo della ṭarīqah, la via iniziatica. Ogni ordine sufi ha il proprio shajara, l’albero genealogico spirituale che collega i discepoli al maestro e, tramite lui, al Profeta. Questo albero non è solo memoria: è corrente viva, radice e linfa. L’albero spirituale diventa così anche mappa dell’anima, struttura del cuore, organigramma della luce. I rami sono le tappe del cammino, le foglie le preghiere, i frutti le virtù, e il tronco è la sincerità.
L’Albero, nei versetti coranici, si fa così simbolo di tutto ciò che cresce in armonia. Parla al cuore dell’uomo, lo invita a radicarsi nella verità, a elevarsi con umiltà, a portare frutto con generosità. È simbolo del tempo che matura, della parola che germoglia, della fede che resiste al vento. Non chiede di essere adorato, ma imitato. E chi ne contempla la forma, ne riceve l’insegnamento: che la vera spiritualità non fugge il mondo, ma lo abbraccia, lo nutre, lo trasfigura.
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