Come custodire il raccoglimento dopo l’orazione

Custodire il raccoglimento dopo l’orazione è un’arte silenziosa, un lavoro interiore che prosegue oltre il tempo visibile della preghiera. L’orazione, quando è autentica, lascia un’orma nell’anima: un’impronta sottile, un profumo spirituale, una quiete profonda che non si può spiegare ma si può sentire. Tuttavia, questo stato è fragile. Appena ci si rialza, il mondo incombe: i rumori, i pensieri, le abitudini si riaffacciano, pronti a disperdere ciò che si è ricevuto. Per questo la vera orazione non finisce quando le parole tacciono, ma continua in ciò che segue. Il raccoglimento non è un’emozione, ma una condizione dell’essere che può essere protetta, nutrita, prolungata. Custodirla significa non disperdere la grazia ricevuta, significa camminare come si è pregato, significa permettere alla luce accolta nel silenzio di filtrare anche nelle ore del giorno.

La parola “raccoglimento” deriva dal latino re-colligere, cioè “raccogliere di nuovo”, “richiamare a sé”, ed è legata all’idea di unire ciò che era disperso. Nell’esperienza spirituale, raccoglimento è lo stato in cui le facoltà dell’anima — mente, cuore, volontà — si raccolgono attorno a un centro. Durante l’orazione, questo centro è Dio. Dopo l’orazione, il rischio è che tutto si sparpagli nuovamente. Per questo, molte tradizioni insegnano che il tempo successivo alla preghiera è delicatissimo. I padri del deserto dicevano che, dopo aver pregato, l’anima è come cera calda che può ancora essere modellata: se la si espone al vento, si indurisce in una forma dispersa. Ma se la si protegge, si stabilizza nella forma della pace.

Una delle vie più semplici ed efficaci per custodire il raccoglimento è il silenzio. Non solo il silenzio esteriore, ma quello interiore. Non passare subito da una preghiera profonda a un’attività agitata. Restare qualche minuto nella quiete, lasciando che ciò che si è ricevuto si depositi, come acqua che si placa in una coppa. Anche il corpo può aiutare: una postura calma, uno sguardo basso, un gesto lento sono forme di rispetto per ciò che si è vissuto. Come dopo una musica sacra, non si applaude, ma si resta in ascolto. Il raccoglimento è questa eco interiore.

Un altro modo per conservarlo è il ricordo. Durante la giornata, si può tornare con il pensiero o con il cuore al momento dell’orazione. Anche solo un istante, un respiro consapevole, una parola sacra sussurrata interiormente possono riaccendere la fiamma. I mistici parlavano della “preghiera continua”, non come atto ininterrotto, ma come consapevolezza ricorrente. Un richiamo del cuore. Una fedeltà sottile. Come il profumo che resta anche quando il fiore non è più visibile. E come l’olio che impregna il vaso anche quando non lo si versa più.

È importante anche custodire ciò che si è ricevuto con discrezione. Non parlare troppo subito dell’esperienza fatta. Le cose spirituali, quando sono profonde, chiedono silenzio, maturazione, protezione. Dirle troppo presto, o con leggerezza, può svuotarle. Il raccoglimento ha bisogno di intimità. È come una scintilla nascosta sotto la cenere: basta poco perché si spenga, ma se la si protegge, può accendere un fuoco.

Infine, vivere con coerenza ciò che si è ricevuto è la forma più alta di custodia. Se l’orazione ha generato pace, mantenere la pace anche nei gesti. Se ha portato luce, agire nella luce. Non sempre ci si riesce, ma il solo desiderio sincero di farlo è già preghiera. Il raccoglimento, allora, non sarà solo uno stato da difendere, ma una forma di vita. E così, ogni azione — anche la più umile — potrà diventare prolungamento dell’orazione, celebrazione silenziosa della Presenza.

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