Nel corso della storia umana alcune esperienze sono state considerate, più di altre, appartenenti a una sfera diversa da quella ordinaria. Eventi ritenuti straordinari, guarigioni improvvise attribuite all’invocazione di un santo o di una divinità, esperienze interiori profonde emerse in contesti rituali, meditativi o teurgici, vissuti soggettivi al limite della coscienza ordinaria, visioni, estasi, sogni premonitori, fenomeni che in epoche diverse sono stati interpretati come segni di un intervento ultraterreno. A queste si aggiungono esperienze mistiche presenti in ogni religione storica, spesso sorprendentemente simili nei loro tratti fondamentali pur emergendo in contesti culturali e dottrinali differenti.
All’interno del vastissimo insieme delle esperienze umane, alcune vengono dunque isolate e designate come “religiose”, “spirituali”, “divine”, “metafisiche”. Questa operazione di distinzione non è arbitraria: così come l’essere umano distingue tra esperienze fisiche, biologiche, psicologiche o sociali, allo stesso modo individua una classe di vissuti che non riesce a spiegare completamente attraverso le categorie ordinarie. Il linguaggio religioso nasce proprio come tentativo di dare senso a tali esperienze, di inserirle in una cornice simbolica e narrativa capace di renderle comunicabili e condivisibili.
Il problema, tuttavia, è che queste esperienze vengono quasi sempre interpretate prima ancora di essere descritte. Il fenomeno è immediatamente assorbito dalla teologia, dal mito, dalla dottrina o dalla tradizione di appartenenza. Una guarigione diventa miracolo cristiano, una visione diventa manifestazione di una divinità specifica, un’esperienza estatica diventa prova di una verità rivelata. In questo modo, l’esperienza grezza, il dato vissuto, scompare dietro l’interpretazione. L’oggetto religioso viene confuso con la spiegazione religiosa.
Se si ipotizza, come prospettiva futura, la nascita di una nuova scienza volta a indagare la verità esistenziale universale, il primo passo non può essere il metodo, ma la definizione dell’oggetto di indagine. Ogni disciplina, prima di sviluppare strumenti e procedure, deve chiarire che cosa sta osservando. La fisica ha dovuto distinguere i fenomeni naturali da quelli mitologici, la biologia ha isolato i processi vitali, la psicologia ha delimitato il campo dell’esperienza mentale. Allo stesso modo, una riflessione matura sulla spiritualità dovrebbe iniziare chiedendosi che cosa sia, in senso rigoroso, l’oggetto religioso.
L’oggetto religioso non coincide necessariamente con Dio, con gli dèi o con una realtà soprannaturale già definita. Potrebbe invece coincidere con un insieme specifico di esperienze, stati di coscienza, percezioni, vissuti liminali e fenomeni soggettivi che ricorrono trasversalmente nelle culture umane. Esperienze che hanno una struttura riconoscibile, che producono effetti psicologici, etici e comportamentali misurabili, e che vengono sistematicamente interpretate come portatrici di senso ultimo. In questa prospettiva, il religioso non sarebbe definito dal contenuto dottrinale, ma dalla tipologia dell’esperienza.
Definire l’oggetto religioso significa separare il fenomeno dall’interpretazione, il vissuto dal mito, l’esperienza dalla teologia. Significa riconoscere che ciò che oggi chiamiamo “spirituale” è un insieme eterogeneo di dati che non sono mai stati studiati in modo unitario, comparativo e metodologicamente condiviso. Le religioni storiche hanno fornito narrazioni potenti, ma non hanno mai isolato l’oggetto in modo neutro; la scienza moderna, al contrario, ha spesso ridotto queste esperienze a mere illusioni o epifenomeni, senza indagarne seriamente la specificità.
Una futura indagine sulla verità esistenziale dovrebbe collocarsi in uno spazio nuovo, non dogmatico e non riduzionista. Prima di chiedersi se esista un trascendente, dovrebbe chiedersi che cosa l’essere umano esperisce quando parla di trascendenza. Prima di affermare o negare Dio, dovrebbe descrivere con precisione ciò che viene vissuto come “divino”. Solo chiarendo l’oggetto si potrà, eventualmente, costruire un metodo capace di distinguere tra ciò che è universale e ciò che è culturale, tra ciò che è ripetibile e ciò che è interpretazione simbolica.
Le religioni continueranno a sovrapporre le proprie mappe al territorio dell’esperienza, e il dibattito rimarrà bloccato tra fede e negazione. Definire l’oggetto religioso quindi non significa svuotare la spiritualità, ma darle finalmente una base condivisibile, a partire dalla quale una riflessione matura, cooperativa e orientata alla verità possa davvero iniziare.
Le religioni storiche hanno spesso fornito spiegazioni definitive prima ancora di porre le domande in modo adeguato, trasformando l’oggetto religioso in verità rivelata invece che in campo di ricerca. Una nuova riflessione, dovrebbe sospendere il giudizio teologico e metafisico per concentrarsi su ciò che effettivamente accade nell’esperienza umana quando essa viene definita come “spirituale”.
Cosi facendo, l’oggetto religioso potrebbe essere inteso come l’insieme delle esperienze in cui l’essere umano percepisce un’eccedenza di significato rispetto al mondo ordinario, un contatto con qualcosa che viene vissuto come più grande dell’individuo, o una frattura nelle categorie abituali di spazio, tempo e identità. Definire questo ambito non risolve il problema della verità, ma lo rende finalmente affrontabile.
Senza una chiara definizione dell’oggetto, la spiritualità resta prigioniera del dogma o del relativismo. Con una definizione rigorosa, invece, diventa possibile immaginare una ricerca condivisa, cooperativa e correggibile, capace di distinguere tra esperienza, interpretazione e credenza. Solo così la riflessione spirituale può uscire dall’ambiguità in cui è rimasta per millenni e diventare, per la prima volta, una vera indagine sulla condizione umana e sul suo rapporto con ciò che ancora non comprende.
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