Nel labirinto della memoria mitologica, esistono figure che non abitano templi di marmo, ma risiedono direttamente nel respiro strozzato dei combattenti. Alala (Ἀλαλά) è una di queste, non una dea della strategia, né della saggezza bellica, ma la personificazione pura del grido di guerra. Essa è l’urlo che squarcia il silenzio prima del cozzo degli scudi, la vibrazione sonora che trasforma un insieme di uomini in una massa d’urto inarrestabile. Senza il grido di Alala, la guerra rimarrebbe un calcolo cinetico; con lei, diventa un atto liturgico e terribile.
Il termine “Alala” è una onomatopea cristallizzata, riproduce il suono acuto e vibrante che gli opliti emettevano per scacciare il terrore e paralizzare il cuore del nemico. Etimologicamente, il nome stesso è il “grido” fatto carne. Figlia di Polemòs, lo spirito della guerra intestina e del conflitto, Alala agisce come araldo di Ares. Se Ares è la forza bruta e il sangue versato, Alala è l’annuncio metafisico della sua presenza. È la voce che precede la rovina, un presagio sonoro che definisce lo spazio della battaglia come spazio sacro, dove la vita e la morte si fondono in un unico istante di furia.
Nel mondo romano, questa essenza non andò perduta, ma trovò una sua precisa corrispondenza nella figura di Bellona (o in alcune accezioni meno note legata al concetto di Taratantara, il suono della tuba). Tuttavia, la funzione di Alala come urlo ancestrale rimane unica. Il suo potere risiede nella capacità di annullare l’individualità del soldato per fonderlo nello Zeitgeist del gruppo, nel grido, l’io muore e nasce il noi, il corpo collettivo che non teme la fine perché è mosso da una forza che lo trascende.
La storia, però, non è un museo statico, ma un processo di risignificazione continua. Il Fascismo italiano, nel suo tentativo di edificare uno stile “neoromano” e puramente italico, operò un’ascesi estetica sui simboli dell’antichità per legittimare la propria spinta vitale. Fu Gabriele D’Annunzio, il “Vate”, a recuperare il nome di questa deità ellenica per sostituire il “barbaro” Hip! Hip! Hurrah! con il celebre grido “Eia! Eia! Alalà!”. Non fu una semplice scelta linguistica, ma un’operazione di ingegneria simbolica, innestare il soffio della mitologia greca nel polmone del nazionalismo moderno per risvegliare quel senso di “destino manifesto” e di forza primordiale che si credeva sepolto dai secoli.
Oggi, guardando a queste evoluzioni, dobbiamo chiederci cosa resti di quel grido. Se l’umanità contemporanea ha sostituito l’urlo di battaglia con il ronzio asettico dei droni, ha forse perso il contatto con la nucleità del proprio coraggio? La conoscenza di Alala ci insegna che il suono non è mai neutro, è un vettore di forza. Quando un simbolo antico viene riattivato, esso porta con sé tutto il peso ontologico delle origini. Ignorare la potenza del grido significa ignorare la radice della nostra capacità di agire e di resistere. Alala ci ricorda che, prima dell’azione e prima della logica, esiste il suono, l’affermazione vibrante dell’essere che, pur di fronte all’abisso, decide di non restare in silenzio.
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