Lungo tutta la storia del pensiero umano, emerge con forza una domanda fondamentale, esiste un Principio ultimo, un’origine suprema, un fondamento assoluto della realtà? Che lo si chiami Dio, Uno, Vuoto, Brahman, Tao, o semplicemente “l’Assoluto”, questa realtà ultima ha attratto il cuore e la mente di mistici, filosofi e cercatori di verità in ogni epoca e cultura.
Il termine Assoluto deriva dal latino ab-solutus, “sciolto da”, “libero da legami”. L’Assoluto è ciò che non dipende da nulla, che è causa di sé, che non ha bisogno di altro per essere. È l’Essere puro, o forse l’Oltre-essere, ciò che esiste al di là di ogni dualità. Ma come si può conoscere ciò che è al di là del pensiero? Come si può parlare di ciò che non ha forma, nome, né confini?
Nella tradizione vedāntica indiana, l’Assoluto è il Brahman, realtà ultima, infinita, impersonale, da cui tutto emana e in cui tutto ritorna. Il Brahman non può essere colto con i sensi, ma solo realizzato interiormente attraverso jñāna (la conoscenza) e samādhi (la contemplazione profonda). L’identità tra l’anima (ātman) e il Brahman è il cuore dell’Advaita, “Tu sei Quello” (Tat Tvam Asi).
Nel Taoismo, l’Assoluto è il Tao, il principio ineffabile che precede ogni cosa e che fluisce attraverso ogni cosa. “Il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao”, scrive Laozi, ogni concettualizzazione è già un allontanamento dalla sua natura. L’Assoluto non si afferra, si segue, si incarna, si contempla.
Nel neoplatonismo greco, Plotino parla dell’Uno, al di là dell’essere, al di là dell’intelletto, l’Uno è pura semplicità, assoluta pienezza, sorgente di tutte le cose. L’anima, attraverso la purificazione e la contemplazione, può ascendere e tornare a unirsi all’Uno in un atto di estasi, di superamento del pensiero.
Anche nella mistica cristiana, l’Assoluto è al centro dell’esperienza. Dio non come figura antropomorfa, ma come “abisso senza fondo”, “luce inaccessibile”, “fuoco che consuma e crea”. Meister Eckhart parla di Dio come “l’essere stesso”, ma anche come il “nulla” da cui ogni cosa sgorga. In Giovanni della Croce, l’anima si unisce a Dio solo quando ha attraversato la Notte, cioè ha lasciato tutte le immagini e i concetti.
Nelle correnti esoteriche, l’Assoluto è spesso rappresentato come una realtà oltre la dualità, una sorgente in cui tutte le opposizioni si ricompongono. Maschile e femminile, luce e ombra, spirito e materia, tutto si dissolve nell’Uno, nel Silenzio, nell’Origine. Non si tratta di credere in qualcosa, ma di tornare a una coscienza che non ha bisogno di oggetto, pura presenza.
Cercare l’Assoluto non è un esercizio astratto. È una sete dell’anima. È quel vuoto che sentiamo a volte nel cuore, quella nostalgia di qualcosa che non abbiamo mai visto, ma che riconosciamo come Casa. È il desiderio di tornare all’essenza, di vivere in contatto con ciò che non muore. È il bisogno di verità che non cambia, di luce che non si spegne, di pace che non dipende dalle circostanze.
E se l’Assoluto non potesse essere compreso, ma solo diventato? Se il vero cammino fosse quello in cui il cercatore si dissolve nella ricerca, e ciò che resta è silenzio, presenza, verità? Forse è proprio così. E forse, come diceva Plotino, “l’occhio attraverso cui io vedo Dio è lo stesso occhio attraverso cui Dio vede me.”
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