Come attraversare la Notte dei Sensi secondo san Giovanni della Croce

Attraversare la Notte dei Sensi, secondo l’insegnamento di san Giovanni della Croce, non significa sopravvivere a un momento oscuro della fede, ma entrare volontariamente in un processo di purificazione profonda in cui l’anima viene privata di ogni appoggio sensibile per essere condotta verso Dio nella sua nudità assoluta. Questa notte non è un castigo, ma un dono. È il modo con cui Dio, per amore, spoglia l’anima da ogni piacere legato ai sensi, anche quelli spirituali, per iniziarla a un’unione più alta. Giovanni della Croce, carmelitano scalzo del XVI secolo, descrive questa fase con precisione spirituale e linguistica nel suo trattato La Notte Oscura dell’Anima, scritto durante la sua prigionia a Toledo. Nella sua esperienza, la notte non è assenza di Dio, ma la sua presenza non percepita, un’azione segreta che scava nelle profondità dell’essere e ne brucia le impurità.

Il termine “notte”, dal latino nox, ha una valenza non solo temporale ma simbolica: indica la condizione in cui la luce viene ritirata affinché l’occhio dell’anima non si abitui a vedere ciò che non è Dio. La notte dei sensi, in particolare, è il primo stadio della purificazione passiva. Si tratta di una fase in cui Dio toglie alla persona ogni gusto nella preghiera, nella meditazione, nella partecipazione ai sacramenti, e perfino nella pratica delle virtù. Tutto diventa opaco, arido, vuoto. Questo svuotamento ha uno scopo preciso: liberare l’anima dagli attaccamenti interiori ai piaceri spirituali, per insegnarle ad amare Dio non per ciò che dà, ma per ciò che è. La parola “sensi”, in questo contesto, non si riferisce solo ai cinque sensi del corpo, ma anche a tutte le forme sensibili dell’esperienza spirituale: emozioni, consolazioni, immagini mentali, gratificazioni interiori. Anche queste devono essere abbandonate.

L’anima che entra nella notte dei sensi, spesso senza sapere cosa le stia accadendo, si ritrova improvvisamente priva di consolazioni. Prima pregava con gioia, ora la preghiera le pesa. Prima leggeva la Scrittura con fervore, ora le sembra muta. Prima si sentiva infiammata dall’amore divino, ora non sente nulla. Il primo istinto è pensare di aver fatto qualcosa di male. Ma san Giovanni della Croce insegna a discernere con precisione. Se l’anima non trova più piacere né nelle cose divine né in quelle del mondo, se nonostante l’aridità desidera ancora stare con Dio e continuare a cercarlo, se prova dolore per la sua apparente distanza ma resta fedele alla preghiera, allora è entrata nella notte. Non è caduta, ma è stata chiamata a salire.

Il modo di attraversare questa notte non è quello della fuga o del ritorno a pratiche consolanti. Bisogna rimanere, fermamente, con umiltà e pazienza. San Giovanni della Croce insegna che Dio stesso guida l’anima in questo buio. Non chiede di capire, ma di fidarsi. La volontà deve continuare ad amare, anche se l’intelletto non vede e la memoria non sente. Si deve pregare, anche quando sembra inutile. Si deve adorare, anche quando l’anima è spoglia. Non bisogna cambiare metodo di preghiera, né cercare nuove emozioni. La notte è passiva: l’anima non può far altro che lasciarsi condurre. Ma questa passività è l’atto più alto di abbandono, perché consiste nel non cercare nulla per sé, nel non volere che Dio ci dia qualcosa, ma solo che sia.

La notte dei sensi può durare mesi o anni. Non ha tempi fissi. Dipende da quanto l’anima è disposta a lasciar andare i propri attaccamenti interiori. Per questo san Giovanni della Croce insiste sulla necessità della mortificazione: non per punire il corpo, ma per rendere il cuore libero. L’anima deve rinunciare non solo ai peccati, ma anche ai beni legittimi quando diventano ostacolo all’unione. Non è una rinuncia che distrugge, ma che libera. Chi attraversa questa notte in modo docile si accorgerà, a poco a poco, che qualcosa cambia: non torna il gusto sensibile, ma nasce una pace nuova. Una pace silenziosa, profonda, senza oggetto. Una pace che non dipende da nulla. È il segno che Dio ha preso possesso dell’anima, che ora comincia a vedere non con gli occhi della carne, ma con quelli della fede pura.

Nella notte dei sensi, ogni cosa viene provata: la fede, perché non si vede nulla; la speranza, perché non si attende più nulla; la carità, perché si ama senza ricompensa. Ma proprio così l’amore diventa puro. Dio, che prima si faceva sentire per attrarre, ora si nasconde per purificare. E l’anima, che prima cercava Dio per ciò che riceveva, ora si dispone ad amarlo nella sua essenza. La preghiera non è più fatta di parole, ma di silenzio offerto. Non si contempla più un’immagine, ma si resta. E in questo restare, Dio lavora, come fuoco che brucia il legno, come notte che prepara l’alba.

Chi attraversa questa notte deve sapere che non è solo. Molti santi l’hanno vissuta. Teresa d’Avila, Francesco di Sales, Thérèse di Lisieux, Edith Stein. E tutti testimoniano la stessa cosa: che in quel buio si scopre il vero volto di Dio, non quello che ci si era costruiti, ma quello che è. È il volto nudo dell’Amore, che non seduce ma trasfigura. Attraversare la Notte dei Sensi, allora, non è una disgrazia, ma una grazia nascosta. È il segno che Dio prende sul serio il desiderio dell’anima, e la prepara all’unione. Non serve fare altro che restare, adorare, non fuggire. Perché in quella notte, Dio è presente, anche se non si sente. E l’anima che persevera, si sveglierà un giorno con occhi nuovi, capaci di vedere Dio non come esperienza, ma come realtà viva, silenziosa, eterna.

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